LA CALABRIA NEL MEDIO EVO

La Calabria nel Medioevo

Scarse le notizie sul periodo romano‑barbarico tranne che in quello teodericiano, allorché a quella terra appartenne il ministro Cassiodoro che vi trovò scampo e tranquillità nel Vivarium, presso Squillace. Squassata da invasioni e passaggi di truppe gote, bizantine, longobarde, nel 900 tornò greca con l’imperatore Niceforo Foca che ne fece un Tema dipendente da uno stratega. La durata dell’ellenizzazione del paese ben visibile nella lingua, nel diritto, nelle istituzioni, nella liturgia e nel clero, dopo la lotta iconoclasta aggregato al patriarcato d’Oriente, non garantì a quei luoghi sicurezza e benessere. Da sole, ad esempio, dovettero difendersi le città dai saraceni che le invasero ripetutamente dal IX° secolo in poi. Oppresse dal fiscalismo, in crisi agricola esse erano, al termine del primo millennio, le più regredite della penisola. Quando Ottone 11 (982) e gli assalti arabi interruppero la dominazione bizantina, cominciarono a insinuarvisi con successo i normanni. Così fra il 1052‑1059 Basilicata e Calabria entrarono a far parte della monarchia siciliana. Allora la Lucania, divenuta autonoma con Diocleziano ma priva di vitalità, ritrovò vigore potenziando la vecchia via Papalia che da Capua, attraverso la valle del Sillaro, raggiungeva il Crati e Reggio. Si rafforzarono altresì le località principali di Nerulum e Grumento, poi Potenza e, nel XIII° secolo, Matera. I normanni insomma garantirono sicurezza, rapporti sociali, nonché il miglioramento dell’agricoltura e favorirono gli scambi con le città siciliane e pugliesi. Tornò a Roma la gerarchia ecclesiastica con la penetrazione del monachesimo occidentale di Gioacchino da Fiore, il mistico cistercense poi fondatore dei Florensi, tipica espressione di quella spiritualità. Con l’istituzione dei Giustizierati, non minori premure gli Svevi ebbero per calabresi e lucani, che sostennero Federico ii e Manfredi contro Pietro Ruffo e l’esercito di papa Alessandro Iv. Con il Vespro, Calabria e Lucania parteggiarono per la Sicilia e Carlo d’Angiò le domò con le armi. Con la pace di Caltabellotta si iniziò per la Calabria un ciclo di tristi eventi che abbatterono la sua economia, legandola ai Baroni che ne assorbirono le ricchezze, mantenendola depressa, fino alla perdita dell’indipendenza dei Regno di Napoli (1503). Nel frattempo poche città si mantennero autonome come Cosenza, e la vita municipale, nel ‘300, conobbe momenti drammatici per le lotte fra nobili e clero. Tirannico fu il fiscalismo angioino e aragonese. Contro di esso, oppressi dalla miseria e dalla prepotenza, nel 1459 si levarono con furore i contadini calabresi capeggiati dall’avventuriero spagnolo Antonio Centelles, volto al recupero dei possedimenti confiscatigli da Alfonso di Aragona. Ma Ferdinando annientò la rivolta colpendo i feudatari che tentarono di avvantaggiarsene.Tra le città Calabresi che si distinsero durante il Medioevo in Calabria né ricordiamo due, più note per la loro vita politica e culturale:Cosenza e Rossano.

COSENZA.Occupata dall’ostrogoto Alaríco che vi mori e vi fu sepolto, nel Busento (410), poi gastaldato longobardo passato nell’847 a Siconolfò, principe di Salerno, riconquistata dai bizantini fu infine predata dai saraceni. Il governo normanno‑svevo la sollevò dalla povertà in cui fu ricacciata dagli Angioini per aver sostenuto Manfredi e tornò a nuova vita quando risultò destinata a sede dell’amministrazione demaniale della Sila. Luigi m d’Angiò vi si stabilì ma alla morte del principe (1434), le guerre di successione aragonese e l’acceso fiscalismo di re Alfonso colpirono talmente gli animi, che nel 1458‑1459 scoppiò una violenta insurrezione contadina cui sopra abbiamo accennato, non domata da Ferrante di Aragona, né dalle stragi di Maso Barrese e di Roberto Orsini e riesplosa durante la congiura dei Baroni.

ROSSANO.Assalita da Alarico e dai bizantini si arrese a Totila, quindi divenne bizantina. Ospitò l’imperatrice Teofane, moglie di Ottone ii, ed ebbe onori e privilegi dagli Svevi e dagli Angioini. Infeudata dagli Aragonesi ai Ruffo, fu poi ceduta con Bari agli Sforza. Monumenti quali la chiesa di S. Marco e quella di S. Panaia attestano l’importanza anche artistica e culturale della dominazione greca. Nell’arcivescovato si conserva il famoso Evangeliario ovvero Codice Rossanese o purpureo di 188 fogli in pergamena, in onciali argentee, completo di 12 miniature del vi secolo, raffiguranti scene dalla vita di Cristo.

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