PRESENTAZIONE DELL’OPERA IL CATASTO ONCIARIO

PRESENTAZIONE DEL CATASTO ONCIARIO

13 AGOSTO 2013

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Caro Prof. Gullì,

ringrazio anzitutto per il dono del volume che ho ritirato con ritardo a causa della mia assenza da Chiaravalle.Di questo lavoro tutto si può dire – per quanto mi riguarda in positivo- ma nessuno può cianciare che è un lavoro non documentato.<Chiaravalle – Catasto Onciario>  non è una narrazione ma è una ricerca storica, non è una storia ma è storia, cioè è un documento storico e come tale è uno strumento di lavoro per gli storici. Come si legge nella Prefazione “Il lavoro può divenire stimolo per altro proficuo lavoro” .Io vorrei  aggiungere:  non solo  e non necessariamente  “per qualche giovane di buona volontà” in senso limitativo.Il lavoro, qualificandosi  come ricerca storia, non sopporta una valutazione di merito.Si può dire – questo si – che l’autore utilizza un’ impostazione espositiva  ordinata, un metodo di lavoro attento e rigoroso.Si può dire ancora che  si  esprime con un lessico appropriato e uno stile  accattivante.La passione inevitabile,  dovuta  all’attaccamento alla terra natale dell’Autore, nel precedente volume (Claravallis) era più esplicita, più evidente.Qui  la passione (sempre apprezzabile)  traspare  e viene spesa,   in forma più appropriata, nell’impegno  scrupoloso  della ricerca.Molto interessante la GUIDA  ALLA LETTURA, vergata da Catarina Gullì. La lettura di questa introduzione è molto utile  perché facilita la comprensione  del testo denso di  numerosi termini tecnici e gergali  che sono ovviamente datati e oggi non più in uso.Congratulazioni:   ad majora semper!

Vittorio Bonacci

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Concedetemi anzitutto che il mio pensiero vada all’amico Franco Candiloro che ci ha prematuramente lasciato, alla bella persona che era e a quanto ha realizzato per la nostra Chiaravalle, e non solo, con l’Associazione Culturale “Tempo nuovo” da lui cofondata e diretta per molti anni. Mi si conceda ancora di ricordarlo come quando il 12 agosto del 2010 dinamico e concreto mi ha consentito di presentare il mio primo libro Claravallis, Chiaravalle Centrale e ho la certezza che questa sera è seduto qui e mi rincuora, mi sorregge e mi sprona a fare meglio e di più.

Saluto l’assessore alla cultura, avvocato Maria Teresa Sanzo e con Lei tutta l’Amministrazione e voi tutti che siete intervenuti alla presentazione del mio nuovo libro Chiaravalle, Catasto Onciario. Microstorie di braccianti, massari, artigiani, nobili e preti.

Ringrazio il professore Ulderico Nisticò, che ha curato la prefazione, l’avvocato Francesco Squillace, cultore di storia locale (e non solo), e il ragioniere Mirarchi Marziale, appassionato ricercatore che non lesina il suo aiuto di esperienza e di documentazione storiografica neanche a chi come me ha appena iniziato il suo percorso di curioso della storia; un ringraziamento va anche al giornalista Vincenzo Iozzo che coordinerà gli interventi e all’Associazione Culturale Tempo nuovo.

Questa sera mi accompagneranno e sosterranno in un viaggio attraverso le speranze e i timori della gente che ha vissuto nella Terra di Chiaravalle negli anni della formazione del sistema fiscale voluto dall’allora Don Carlos di Borbone, (poi Carlo III re di Spagna).

In primis il Catasto Onciario è stato una documentazione preziosa per i funzionari del Regno: ha permesso loro di censire gli uomini, di apprezzare animali e proprietà mobiliari ed immobiliari possedute e di incassare le tasse relative.

Ovviamente, il Catasto Onciario,come scrive il prof. Nisticò, avendo finalità fiscali, non può che fondarsi su delle cifre; ma a chi voglia andare al di là dei numeri esso rappresenta un’occasione per leggere, comprendere e scoprire uno spaccato di civiltà non altrimenti trasmesso dai documenti e raccontato dalla Storia.

Una mera documentazione di natura fiscale, dunque, diventa un utile strumento oggi, consentendoci di conoscere meglio i nostri antenati.

E tra le cifre, i dati anagrafici, i rapporti tra singoli e le famiglie, i beni posseduti e dichiarati, i pesi da dedursi appaiono agli occhi del lettore gli attori sociali che hanno animato la vita dell’Università di Chiaravalle.

Emergono dai numeri e vivono nuovamente bracciali, contadini e massari che arano, seminano, raccolgono i prodotti della terra; che raccolgono ghiande, castagne, olive, uva, frutta e fronda di gelsi bianchi e neri necessaria per l’allevamento del baco da seta.

Rivivono ancora pecorai, massari, massari e guardiani di bovi, conduttori di asini, allevatori di cupelli (ossia le arnie).

Appaiono intenti ai loro mestieri artigiani, barbieri, calzolai, sarti, mastri fabbricatori, asceri e falegnami, forgiari, vattandieri, tintori di filati di seta e di lana, ostieri, raccoglitori e commercianti di bachi da seta, filatrici, tessitrici, mugnai, frantoisti.

Emergono infine: un clero numeroso e invadente, detentore della cultura e della ricchezza, i Nobili Viventi (i “don” di cui rimane sconosciuta l’origine della nobiltà) qualche volta poveri in canna, ma che ostentano una decorosa nobiltà vivendo more nobilium, gli avvocati, i doctores in medicina, i dottori farmacisti e, con essi, anche i barbieri speciali che praticano salassi e cavano denti. Nei loro fuochi crescono piccoli che attendono alla scola, studenti, seminaristi, diaconi, monaci, preti secolari.

Appare la società maschilista del Settecento nella quale risalta il ruolo di subalternità della donna nell’ambito familiare: essa viene censita come casata, virginis in capillis, bizzoca, monaca o monaca di casa, ma priva di altro attributo professionale.

Sono virgines in capillis le ragazze che a quindici anni non hanno trovato marito perché prive di dote: il loro destino è quello di entrare nella categoria delle bizzoche. Infatti, nel 1741 per maritarsi non basta essere belle e virtuose, necessita anche possedere una dote: la biancheria, la casa, un pezzo di terra, dei soldi.

La lettura critica delle 204 Rivele (così erano definite le dichiarazioni dei redditi del tempo) fotografa ancora l’organizzazione sociale delle Terre di Chiaravalle: emergono nuclei familiari compositi nei quali convivono vecchi genitori, figli e figlie ormai casati, fratelli, sorelle, cognate rimaste vedove e che ritornano nella casa paterna.

Moltissime sono le famiglie patriarcali nelle quali prevale il sentimento di sudditanza e di obbedienza agli ordini del Re: si registrano così capifamiglia che pagano la tassa di testa pur essendo esenti per superati limiti di età. È il caso (per fare solo qualche esempio) del massaro Andrea Gullì di Francesco (85 anni) sposato con Caterina Gullì (65 anni) o di Clasadonte Antonio (80 anni ammalato di calcoli, sposato con Macrì Elisabetta) che ospita in casa propria la figlia di 39 anni sposata con tal Dell’Apa Giov. Battista.

Traspare ancora il sentimento di solidarietà nei confronti dei deboli e dei bisognosi di aiuto, per cui la famiglia prende a carico vecchi, ammalati, vedove e orfani: ad esempio, il massaro di bovi Bruno Scolerio (35 anni, vedovo o non è sposato?) ospita nella sua casa il fratello Francesco e la sorella Antonia, vedova di Giuseppe Sanzo, con i suoi due figli; il Nobile Vivente Carl’Antonio Perruggino (30 anni) abita in una capanna, che le case li rovinò il terremoto, insieme al fratello, con la sorella, con la madre Giulia Rauti (58 anni), con la zia Laura Perruggini di 80 anni, e con il garzone Francesco Sangiuliano.

Il Catasto mostra come la mortalità colpiva più gli uomini che le donne: il numero delle vedove registrato nei documenti è più sostanzioso rispetto al numero dei vedovi. Inoltre questi ultimi, al contrario delle vedove, non tardano a riprendere moglie, specialmente se con figli in tenera età che non è possibile affidare a parenti o alla generosità dei benestanti.

L’arco dei mestieri immortalato è quello di una società in movimento: vi sono bracciali (la maggioranza), massari, guardiani di pecore e di bovi, conduttori di asine, addetti ai trappeti e ai mulini, mastri d’ascia. Si comincia a formare e affermare una nuova borghesia che convive e cresce nella realtà feudale dando inizio ad un cambiamento nella società contadina.

Strategico appare il ruolo della Terra di Chiaravalle rafforzato dalla presenza nel paese di attività economiche e di importanti uffici periferici quali la BAGLIVA, la CATAPANIA, la PORTOLANIA, la MASTRODATTIA, la Corte locale. Arrivano così nell’Università i catapani o Baioli, gli addetti alla riscossione della dogana, i Mastri d’atti, e ancora bravi artigiani specializzati (tintori, forgiari di ferro, battendieri, ecc.) e anche persone acculturate (medici, avvocati, preti secolari, frati cappuccini, frati domenicani, scrivani, procuratori di cappelle forestiere, ecc.)

Questa nuova realtà comprende che la crescita sociale avviene attraverso la formazione scolastica della prole: molti sono i rivelanti che dichiarano avere figli che attendono alla scola.

Comincia così la crescita del paese e i chiaravallesi non emigrano; al contrario arrivano in questa Terra e pagano la tassa dello Jus habitationis molte famiglie provenienti da paesi esteri: vi sono sanvitesi, olivadesi, torresi, cardinalesi, abitanti di Simbario, Vallelonga, Pizzoni, Monterosso, Argusto, Gagliato, Petrizzi, San Soste, Catanzaro.

Le Rivele dell’Onciario, inoltre, testimoniano l’opportunità offerta ad una nuova generazione di arricchiti di fregiarsi legalmente di un titolo di nobiltà (Nobile vivente, Magnifico, Don): ad essi basta dichiarare di non aver mai esercitato uffizi o arti vili o di essersi guadagnato il titolo di nobiltà generosa con un’azione degna di merito.

Rappresentanti di queste famiglie, nobili per Legge, ma non per nascita, ancora negli anni Cinquanta, si permettevano di scrivere che “l’eterno sogno del contadino o dell’operaio arricchiti, di far del figlio un medico o un avvocato celebre, deve essere una buona volta bandito, se non si vuol continuare a riempire la società di spostati che, invece, seguendo le orme paterne avrebbero potuto essere ottimi agricoltori o tecnici”.

Accanto a informazioni di natura sociale le Rivele diventano documento storiografico utile alla ricostruzione dell’onomastica, facendo emergere nomi scomparsi (Bretò, Brizzi, Capicotto), nomi ancora esistenti e/o modificati quali Rafele, Galteri).

Diventa interessante la toponomastica delle località del territorio in gran parte rappresentata da toponimi ancora esistenti, quali Acqua di Mammone, Ancinale, Arcini, Basiglia (o Vasiglia). Alcune località appaiono di difficile identificazione.

Il territorio appare frammentato in proprietà di piccola estensione e ricco di castagneti, querceti, uliveti, vigneti. Non mancano gli alberi da frutto e la presenza di gelsi rossi e bianchi sta a significare un forte consumo di fronda in loco e un ricavo ragguardevole per i gelsicoltori. Il possesso di una buona fetta della proprietà terriera (e della ricchezza) è nelle mani della Chiesa e del Clero; quest’ultimo rappresenta il 2,5% dell’intera popolazione e possiede più di un terzo del reddito generale. E’ da notare come Chiese e Cappelle, per quanto ricche e dichiaranti redditi da possedimenti e censi, detratti “i pesi”, finiranno per versare all’erario una minima parte se non niente.

Ecco cosa dovrà aspettarsi il lettore dalle pagine del libro: microstorie di braccianti, massari, artigiani, nobili e preti, per leggere un pezzo della storia della nostra Terra e, faccio mie le parole del Prof Nisticò, rispondere a domande ovvie, ma cui molto spesso la storiografia non dà risposta: come vivessero le persone, e quale fosse la loro qualità di vita.

Mario Domenico Gullì










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