CHIARAVALLE: LA GUARDIA NAZIONALE (di M. Domenico Gullì)

CHIARAVALLE: LA GUARDIA NAZIONALE

(di M. Domenico Gullì)

Enrico Cialdini, nel 1861, fu nominato generale e nuovo luogotenente dell’ex Regno delle Due Sicilie con l’incarico di dirigere la lotta al brigantaggio.

Nell’occasione, in cambio dei pieni poteri (sia militari che civili) ricevuti, Cialidini aveva promesso al capo di Gabinetto on. Bettino Ricàsoli, di condurre la lotta ai cafoni banditi con le sole forze messe a sua disposizione, evitando di richiedere rinforzi; aveva promesso anche di attuare un intervento repressivo in discontinuità con quello del generale Durando e del Luogotenente Ponza di San Martino i quali avevano tentato di intavolare con i briganti anche rapporti diplomatici nel tentativo di ottenere da quei soggetti in lotta la resa in modo incruento.

Cialdini, perciò, fu spregiudicato e molto determinato nella lotta, convinto che affrontando la questione senza scrupoli di sorta, avrebbe compiuto pienamente il suo dovere di italiano e di soldato.

Egli fotografa la cruenta azione repressiva compiuta, nella relazione spedita a Torino pochi mesi dopo l’accettazione dell’incarico. Scrive, infatti, di aver fatto fucilare 8968 briganti o presunti tali tra i quali 64 preti e 22 frati; di aver ferito 10.604 persone e di averne imprigionate 7.112; comunica di aver  incendiato 918 case e 6 interi paesi. Scrive, ancora, di aver fatto perquisire  2.905 famiglie; di aver fatto saccheggiare 12 paesi; di aver fatto deportare 13.629 persone e di vere  messo in stato d’assedio 1428 comuni.

I dati riportati dicono che Cialdini mantenne la promessa di essere uomo energico e crudele e di non pretendere altri soldati per compiere i suoi massacri. Perciò fece ricorso all’aiuto degli uomini della Guardia Nazionale che rafforzò.

La Guardia Nazionale era nata in Francia a seguito della rivoluzione “per difendere il Paese da un ritorno delle forze monarchiche.” In seguito, divenne un modello di democrazia per il suo stretto legame con il popolo, e fu esempio concreto del processo che vide il suddito trasformarsi in cittadino”[1]

Nel 1806, dopo la conquista francese del Regno di Napoli, essa fu introdotta nel napoletano ad opera della borghesia impegnata a tenere a bada i “lazzari,” che lottavano per rimettere sul trono il Re Ferdinando II e, quando l’evento si verificò, Ferdinando la tenne in vita ritenendola “una buona risorsa militare;” la sciolse, invece, nel 1848 quando la Guardia Nazionale, per la non affidabilità dei capi molti dei quali legati ai liberali, si dimostrò incapace di prevenire e di far fronte ai disordini.

Al riguardo è appena il caso di ricordare l’operato di don Pasquale Staglianò, chiaravallese, che partito al comando di quella locale per combattere i rivoltosi, ad Angitola si schierò con i patrioti. Arrestato,   egli fu processato e condannato a morte con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato.

Ebbe salva la vita per la sua giovine età e, per questo, la pena capitale fu commutata nel carcere a vita; uscì quando Garibaldi, sconfitto l’esercito borbonico in Sicilia e a Napoli, fece liberare i detenuti politici.

Dopo lo scigliomento dell’esercito dei volontari garibaldini, i responsabili del nuovo regno si convinsero della positività del servizio che la Guardia Nazionale avrebbe potuto dare all’azione del governo per il suo legame con il popolo; decisero, perciò, che non fosse il caso di sprecare quel patrimonio emanazione del territorio su cui operava.

La sua ricostituzione fu sancita con legge del 5 luglio 1860 e confermata con due decreti a firma di Garibaldi.

Le cronache tramandano che la G. N. del sud, chiamata anche ad affrontare le bande dei briganti che operavano in varie zone, non si comportò sempre correttamente.

Infatti non mancarono quelli che fecero il doppio gioco e altri, invece, che dimostrarono voglia d’impegnarsi nella lotta i fratricida.

Il 16 novembre del 1860, sulla questione il luogotenente a Napoli Farini sulla questione, inviò al Re il resoconto che segue:

Le Guardie Nazionali formano bande anch’esse, con corpo ordinato. In molti luoghi hanno pigliato le armi che hanno e si sono battuti bene coi caffoni (sic), ma si son date anch’esse a far violenze inaudite: sono partigiani che si battono contro i partigiani, non è forza governativa e sociale; […]. non hanno ruoli, non matricole, non gerarchia, non consigli di disciplina. E le armi? Le così dette G. N., se si eccettui quella di Napoli, sono armate di ogni sorta di strumenti da ammazzare. Questi benedetti nostri militari se ne impippano di tutto ciò che non riguarda i loro soldati.

Lo stesso Farini cercherà di riordinare la materia con un suo decreto emanato il 14 dicembre del 1860 secondo cui del costituito corpo di G. N. avrebbero potuto far parte uomini dai 21 ai 50 anni, che fossero proprietari, professori, pubblici ufficiali, fittaioli o coloni parziali, capi d’arte o di botteghe, commercianti, e in generale tutti coloro che non siano semplici braccianti e che non vivano di salario o di mercede giornaliera.

In ultima analisi dal corpo della G. N. veniva escluso il popolo che non poteva diventare controllore di se stesso.

Ed è evidente che i piemontesi non si fidassero gran che di quella truppa paramilitare meridionale, tant’è che stentarono molto ad armarla e, quando lo fecero, non fu mai a sufficienza.

Il comando delle nuove formazioni veniva normalmente affidato a proprietari terrieri o a loro figli.

Gli uomini della G. N. si comportarono, spesso, come i briganti: militanza ispirata a vendette personali, calcoli opportunistici, motivazioni che poco o nulla avevano a che fare con gli ideali patriottici.

É importante tener presente il ruolo che quegli uomini assunsero nell’opera quotidiana: riuscirono, cioè, a penetrare in quelle zone e ambienti nei quali l’esercito tradizionale non era riuscito o non aveva voluto penetrare.

Altro merito da riconoscere alla nuova formazione è quella di aver spostato gli strati sociali più facilmente cooptabili a schierarsi con i Borbone se mai si fosse presentata l’occasione di restaurare il regno perduto.

Infatti possidenti grandi e piccoli, coloni, lavoratori dei centri urbani più sviluppati ,furono determinanti nella sorte della guerra civile.

É vero che gli ufficiali dell’esercito regio guardavano con sospetto i rappresentanti di questa nuova formazione, ma apparirà chiaro a tutti che essa portò un buon contributo perché era riuscita a ridurre il campo d’azione e la capacità di penetrazione sociale delle 216 bande di briganti (di cui 33 in Calabria) e dei non pochi sostenitori di esse.

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Della Guardia Nazionale di Chiaravalle si ha notizia dall’inizio dalla conquista francese della Regione quando spesso si rese necessario l’intervento di quelle  formazioni operanti nei vari paesi soprattutto quando si aveva notizia del passaggio di fuorbanditi; esse smobilitavano velocemente e si spostavano altrettanto rapidamente per il controllo del territorio e per impedire danni alle persone e alle cose.

Nei documenti dell’Archivio comunale di Chiaravalle si legge dello spostamento rapido di reparti della G. N. verso Serra piuttosto che verso Argusto, Gagliato o Torre, ecc. perché giungeva notizia del possibile passaggio di fuorbanditi.

Movimenti di briganti e di Guardia Nazionale sono registrati anche negli anni della dominazione Francese per giustificare registrazioni de spese affrontate da alcuni sindaci della zona.

In particolare sono illuminanti le annotazioni del sindaco di Torre don Francesco Saverio Martelli tra la fine del 1806 e l’inizio del 1807.[2]

La natura delle annotazioni denotano la situazione che veniva vissuta in quei frangenti: “L’autorità politica” del tempo era costretto a foraggiare ogni richiedente: i rappresentanti dell’ex Re borbonico, i corrieri del brigante sacerdote Papasodero (comandante di banda armata per i francesi), soldato legittimista per i borbonici.

Ecco qualche annotazione: Addì 1 settembre passò un soldato dell’ex re Ferdinando venne per domandarmi qualche cosa si diedero duc.0.20.

Addì 2 settembre pagato un corriere mandato da Papasodero con ordine ducati 2.00.

Addì 7 per evitare di ospitare una massa di  30 individui provenienti da Soriano vennero dati duc. 2.40.

Addì 8 passano 400 pedacesi comandati da Papasodero: tutti chiedevano e per accontentarli tutti furono  spesi più di ducati 8.50 per cibarie, ducati 3.60 per 4 tomoli di biada; un bandito a cavallo mi insultò per ottenere una camicia e un paio di calzonetti del valore di ducati 2.40.

Addì 9 un corriere mandato ancora da Papasodero ottenne carlini 0.20.

Addì 10 una truppa a massa passava per andare a trovare Papasodero in Centriche li stessi erano dalla Serra e paesi convicini nel n. di 80; si spese per vino quartucci 18 ducati 3.24, formaggio pezze 6 ducati 2.40; altro formaggio e pane si è raccolto gratis. […]

Addì 15 passarono 40 briganti di Chiaravalle vollero la razione completa dunque si spese per pane n. 46 ducati 1.84; formaggio pezze 4 a carlini 4, ducati 1.80; vino quartucci 10 a carlini 2 (ducati 20).

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Il comando della formazione di guardia Nazionale chiaravallese fu affidato a rappresentanti delle famiglie locali più in vista: i Lentini, gli Staglianò. Nel 1799 un rappresentante della famiglia Lentini che al comando della Guardia Nazionale di Chiaravalle si era speso per difendere la neonata Repubblica Partenopea venne ucciso dai Sanfedisti del Cardinale Ruffo.

Circa cinquanta’anni dopo, nell’anno 1848, il giovane Pasquale Staglianò, sempre al comando di una formazione di G. N., venne mandato a Filadelfia (CZ) in aiuto delle forze borboniche impegnate a sedare la rivolta.

Giunto ad Angitola trovò che già si combatteva: uno scontro durissimo era in corso tra l’esercito regolare e rivoltosi calabresi.

Non ebbe tentennamenti il giovane don Pasquale: ordinò ai suoi sottoposti, che obbedirono, di rivolgere le armi contro l’esercito regolare borbonico.

La lotta era impari: uno sparuto numero di patrioti lottò strenuamente contro un esercito bene armato e molto motivato. Eppure i patrioti avevano avuto la possibilità di vincere se il generale Stocco, che comandava quel manipolo di eroi, non avesse avuto dei tentennamenti. Pasquale Staglianò venne arrestato.

Il comandante di campo Mosè Nunziante scrisse a S. E. il ministro di Grazia e Giustizia che don Pasquale Staglianò ricerco a morte per imputazione di reato politico contro l’interna sicurezza dello Stato, fu dalla forza pubblica assicurato alla giustizia.

La Gran Corte Speciale di Catanzaro in seguito lo condannerà alla pena del capo:

1°) perché colpevole di complicità non necessaria negli attentati contro la sicurezza interna dello Stato, consumati nella Ulteriore Calabria nel volgere del giugno 1848;

2°) perché essendo stato il suddetto Staglianò nominato in quel tempo comandante della Guardia Nazionale di Chiaravalle, partì pel campo di Filadelfia allo scopo di combattere le Regie truppe;

3°) perché fattosi altresì organizzatore di banda, sostenuto grado e funzione nella medesima, resistendo alle Regie Milizie, tendente al fine di distruggere e cambiare la forma del governo Borbonico, sommo delitto di lesa maestà, […] gli abbiamo decretato nella nostra sovrana potestà la pena nel capo

Con decreto del 12 febbraio 1852 la pena capitale pronunciata contro l’illustrissimo sig. don Pasquale Staglianò venne commutata nel carcere a vita.

Nel 1860 Chiaravalle poteva contare su due compagnie di Guardia Nazionale ciascuna delle quali era composta da 130 militi inclusi ufficiali e bassa ufficialità.

La deficienza che si denunciava dalle autorità del tempo erano le armi: dei 260 militi, solo 90 potevano contare su un’arma. La provenienza dei 90 fucili posseduti era la seguente: 14 fucili erano stati ereditati dal governo borbonico; 11 erano proprietà del Comune che pagava ai diversi naturali che li avevano portati dalla disfatta della battaglia di Soveria Mannelli; 20 mandati al Comune dalla Prefettura a luglio 1862; infine 45 erano di proprietà di militi.

Il 27 febbraio 1863, dopo pressante richiesta del sindaco del tempo, Vitaliano Staglianò, la Prefettura di Catanzaro inviò alla locale Guardia Nazionale 40 fucili per cui il caporale Sanzo Nicola, ritirandoli, rilasciava regolare liberatoria.

M. Domenico Gullì


[1] GUERRI G. B., Il Sangue del Sud, Le Scie Mondadori, 2010, pag. 88.
[2] MALETTA G.:Torre di Ruggiero una storia tra mito e realtà, Tipo legatoria Mele, Serra S. Bruno, VV, anno 1999.

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