OMAGGIO A DON SAVERIO BEVIVINO NELL’ANNIVERSARIO DELLA MORTE di Mimmo Gullì

Omaggio a Don Saverio Bevivino nell’anniversario della morte

(di Mimmo Gullì)

 

Don Saverio Bevivino venne a Chiaravalle il 7 agosto del 1948 come vice parroco (con diritto alla successione) dell’Arciprete don Vincenzo Carretta nato il 20 agosto del 1870 e morto il 21 ottobre del 1950, quando aveva compiuto gli ottanta anni.

Le “famiglie bene di Chiaravalle,” a suo tempo, avuto sentore che il vescovo della Dicesi Squillace-Catanzaro avrebbe nominato il cardinalese Carretta a reggere la locale Parrocchia, ne avevano contrastato la nomina recandosi in delegazione in vescovado, ma senza ottenere nulla di concreto.

Dell’azione pastorale di don Vincenzo Carretta non rimangono ricordi positivi. Lotte con la comuneria e i rappresentanti dell’Arciconfraternita della Madonna della Pietra, ripicche continue, denunce; accordi e stipula di un concordato tra chiesa e confraternita.

Tentativi inutili di conciliazione tra un soggetto, che a dire di molti, era un accentratore molto attento, soprattutto, che non finissero in altre mani, se non nelle sue gli oboli dei fedeli.  E per questo non mancarono liti e rivolte popolari. Una in particolare mise in pericolo l’incolumità fisica dell’arciprete ed ebbe un seguito testimoniato da due distinte denunce: una diretta al sindaco di Chiaravalle e l’altra al Procuratore Generale del Re in Catanzaro.

Al Sindaco Scriveva: “A scanso di qualsiasi responsabilità, mi faccio un dovere prevenire la S. V. Ill/ma che i mestatori di questa locale arciconfraternita, nulla avendo imparato, minacciano nuove violenze in questa Chiesa Parrocchiale, e stanno preparando non so qual putiferio per la prossima domenica.

Essi prendono a pretesto l’orario della Messa di Congregazione. Da parte mia protesto di non potere rivenire per qualsiasi ragione al concordato stabilito con la detta Arciconfraternita, del quale mi onoro presentarle, con l’obbligo di restituzione, la copia originale. (Chiaravalle, 3.6.1909. F/to Arciprete Vincenzo Carretta).

Al Procuratore Gen., invece, in un lungo esposto, denunciava […] un episodio vandalico e brutale commesso alle ore 18,30 del giorno 25 del volgente mese quando il reverendo pievano si accingeva al simulacro della Vergine in chiesa a far numerare le somme raccolte, le quali stavano appese all’orlo della bara del simulacro stesso, una masnada di ubriachi e sovvertiti […] si scagliò a tutta furia sul reverendo Parroco ribellandosi con mille invettive, ingiurie, minacce, e altre vie di fatto, oltraggiando e mettendo le mani addosso, che se non fosse stata trattenuta da poca gente dabbene a mano armata l’avrebbero fatto a brani […].

Quei masnadieri […] l’inseguirono fino a casa […] e incominciarono a scagliare grossi macigni all’invetriate dei balconi e delle finestre della casa medesima fracassandoli e rompendo con leve le imposte di alcune finestre per penetrare dentro, tanto che il sig. Parroco dovette scappare e rifugiarsi nella casa dei vicini. […]. Ultimo atto compiuto contro le iniziative dell’arciconfraternita  per i festeggiamenti di Maria SS. della Pietra dall’arciprete Carretta si è consumato poco prima della sua morte.

Quell’anno per i festeggiamenti civili, era stata prevista la presenza di un’orchestra sinfonica che annoverava nel cast la presenza di cantanti donne. Ci fu un braccio di ferro tra l’arciprete e l’arciconfraternita.

Come suo solito, scavalcando le autorità locali, l’arciprete si rivolse direttamente al Prefetto paventando il pericolo di possibili tumulti tra la popolazione favorevole o contraria alle intenzioni dell’arciprete di impedire l’esibizione di artiste sul palco eretto a foresta per i festeggiamenti.

Il Prefetto investì del problema la questura, che intervenne pesantemente. Località Foresta, in quell’occasione, venne presidiata da un centinaio di poliziotti in assetto antisommossa. Nei ricordi di tutti si fissò l’immagine di un paese assediato; ai cantanti fu impedito di esibirsi. Fatto gravissimo perpetrato ai danni di gente pacifica come era ed è, invece, gente di Chiaravalle.

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Il giovane sacerdote, ancora una volta prete forestiero, cominciava il suo apostolato con alle spalle le situazioni  descritte e forse tra l’ostilità delle persone “dabbene” le quali,  ancora una volta, rimanevano delusi dalla scelta della curia, che preferiva nominare a reggere la parrocchia un prete forestiero, dimenticando i preti locali numerosi ed alcuni molto preparati.

Il nuovo Arciprete Don Saverio Bevivino prendeva in carico una chiesa sofferente, malata e fiaccata: lo stesso clero era in criticità perenne tra i suoi rappresentanti e (non sempre per questioni spirituali) criticità che spesso sfociavano e si concludevano nei tribunali del Regno.

Raccontano i più informati che in molte occasioni i pesanti candelabri in ottone o in legno presenti sugli altari venissero adoperati per usi diversi da quelli propri di dar luce al SS. Sacramento e ai Santi degli altari.

Da forestiero,  il rev. don Saverio, mantenendosi neutrale nelle questioni private, cercò di mettere ordine nelle cose soprattutto spirituali, e dedicò anche molto del suo tempo a sanare l’aspetto fisico della chiesa; cioè cercò di ricostruire un edificio nel quale nei giorni piovosi si poteva assistere alle sacre funzioni con l’ombrello aperto. E ci riuscì con l’aiuto di tutti, soprattutto degli emigranti delle americhe, che hanno mostrato un legame con la terra d’origine e con la propria Protettrice sempre vivo, malgrado tutto.

Nei i rapporti con la Confraternita, adoperò il metodo della responsabilità: responsabilità di fare, ma anche sotto il controllo della Commissione nominata ai sensi del concordato e di cui l’Arciprete era il Presidente.

Un tempo numerosa, giorno dopo giorno, l’Arciconfraternita si assottigliando sempre di più.

Il piccolo Saverio (nato a Buenos Aires l’11 gennaio del 1914) era entrato in Seminario nel 1927 per essere ordinato sacerdote il 23 luglio del 1939.

Scrisse nell’occasione una frase che sarebbe diventato il suo impegno per l’azione pastorale: “Signore, concedi a me la felicità di poter dare sempre ai miei fratelli quel che Tu hai loro concesso con la tua morte e la tua resurrezione.”

E il Signore gli concesse  “il dono di praticare l’esperienza più totalizzante per un prete: essere pastore di anime, essere parroco.”

Cominciò il suo apostolato come vice parroco a Torre di Ruggiero e Sant’Andrea, e poi fu parroco per 4 anni a Spadola e, da luglio 1948 a Chiaravalle.

Don Saverio fu: Pastore zelante perché ricco di spirito apostolico, perché parroco preoccupato a portare le anime affidategli alle sorgenti della Verità e della grazia e per aver saputo adempiere con intelligenza e costanza ai suoi doveri quale membro del Consiglio presbiterale, pastorale, affari economici, vicario foraneo, ispettore dell’insegnamento della religione, assistente dei maestri cattolici.

Fu padre buono perché ha vissuto pienamente il mistero del prete, ovvero dell’uomo che ha saputo rinunciare ad una “paternità umana per partecipare più pienamente della paternità di Dio, che non ha confini. Fu pastore zelante, padre buono, comprensivo e accogliente, burbero all’occorrenza, capace di dire quel che pensava in ogni circostanza, “con molta chiarezza e senza mezzi termini”, ma anche capace di condividere le gioie e le ambasce della gente.

Fu maestro illuminato perché ha saputo guidare i giovani a dare un significato alla loro esistenza; perché da autentico uomo di culturale, attento alla storia, alla musica, alla poesia, ha prodotto cose pregevoli che potrebbero diventare patrimonio di tutti se, com’era suo desiderio, le sue carte verranno restituite nella disponibilità della comunità e dei cultori.

Fu testimone di fede perchè ha annunciato Gesù con la gioia della sua esistenza: “Il Signore io l’ho visto. L’ho visto attraverso l’esperienza autentica della fede e ora ve Lo annuncio.”

Malato e vecchio, egli non accettava di “andare in pensione” di riposarsi, di togliersi il gravoso fardello della conduzione della Parrocchia. Era suo desiderio “morire sull’altare.”  La sua fede è visibile nella Matrice rifatta, abbellita con marmi policromi e ridata ai fedeli nello splendore attuale; è visibile nel miracolo della chiesa di Foresta, attesa da anni, da lui  iniziata e poi completata e aperta ai fedeli da don Dino e ora arricchita del campanile da don Vincenzo Iezzi.

Da lassù don Saverio guarda e sorride vedendo completati i suoi sogni e ascolta il concerto delle sue camapane.

Ad esso si unisce ora anche il rinnovato suono della storica campana  del 1832 che dall’alto del campanile verde pisello della chiesa di Foresta invita i fedeli alla preghiera. Magari storcerà un po’ il naso per il colore del campanile, sorriderà, ma comincerà a cercare e suggerire a qualcuno di adeguare quel colore all’ambiente circostante.

Don Saverio era orgoglioso delle campane di cui era fornita la sua chiesa e di quelle che egli stesso fece istallare dopo averla restaurata: solo tre campane d’apprima: la grande fusa da tal Pontio Cupido nel 1565; le altre due,  meno grandi e una di esse serviva per concerto e per orologio.

La Platea presentava così la situazione campanaria della chiesa Parrocchiale del XVI secolo e raccontava di un edificio lungo m. 23,05, largo m. 9,80, e alto m. 7,95 e di un campanile costruito con pietre intagliate alto m. 18,55.

Abramo Tassone il 16 agosto del 1729, annotava nel libro dei morti che il vescovo mons. Marco Antonio Attaffi, (che resse la Curia vescovile di Squillace dall’11 febbraio 1718 ad agosto del 1733) nella chiesa del convento dei cappuccini, battezzò altra campana e la chiamò Barbara, Fedele, […]. Il padrino fu il signor Marchese di Vallelonga e l’assistente del Vescovo fu don Domenico Meliti, economo curato.

Nel XVIII la chiesa fu arricchita di altre campane, tutte messe a nuovo ad opera di Pietro Provenzano da Cortale. Sulla più grande vi è scritto: Trecento anni fa ero piccolina. Diventai più grande e più bella a tue spese, o popolo di questa Terra di Chiaravalle. […]. Anno 1832. Questa Campana ora è stata collocata sul campanile della chiesa di Foresta, inaugurato nel mese di agosto 2011.

L’altra campana porta la scritta: Mentre per lungo tempo fui rotta e abbandonata, adesso a spese pubbliche e della chiesa, completamente sono stata portata ad una forma più nobile, e con il mio squillo chiamo il popolo al culto di Dio e sulla terza c’è scritto: Con me passa la gloria del mondo. Entrambe sono datate anno 1832.

La campanella della chiesa dell’Immacolata concezione, datata 1629, ora in dote alla chiesa Matrice, annuncia l’inizio delle sacre funzioni. Manca una Campana un tempo conservata nella Chiesa dell’Addolorata. Venduta da chi la deteneva, sarebbe stata acquistata da un noto restauratore.

Il 6 agosto del 1966, fu un giorno di gioia per don Saverio; il campanile della chiesa di piazza Dante si arricchì di altre campane e monsignor Fares, arcivescovo di Catanzaro e vescovo di Squillace, consacrò tre campane (tutte datate A.D. MCMLXVI) di cui una donata dalla signora Rauti Ceravolo con su scritto: Donò la Baronessa Rautj Ceravolo alla chiesa dove furono celebrati i sacramenti di sua famiglia; una donata da Maria Ceravolo (figlia) con la scritta: Donò Maria Ceravolo alla chiesa dove fu battezzata; l’ultima dal Dottore Mario Ceravolo con la scritta: Donò Mario Ceravolo unendo le voci delle campane sorelle “figlia Maria e moglie Elisabetta.”

Termino questa testimonianza in ricordo di don Saverio a 22 anni dalla sua morte con parole tratte dall’omelia del vescovo mons. Cantisani: Fatemi dire, che io penso a don Saverio come costruttore di chiese, prete a tempo pieno per la gente, e come innamorato della Madonna. E poi: Fratelli e sorelle carissime, si può anche discutere sui metodi del servizio pastorale, ma in fondo che cosa conta? Conta solo l’Amore e don Saverio ha dato proprio tutto per Chiaravalle. Se sapeste quanto ha sofferto quando io sono stato costretto, anche per un dovere, ad accettare le sue dimissioni il 15 ottobre dello scorso anno. Le ho dovute accettare con la speranza che così, libero da qualche impegno, lui avrebbe potuto, forse, godere di più della sua presenza, ma il signore ha disposto diversamente.

Da Legnano il 16 giugno 2013

Mario Domenico Gullì

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