FRANCESCO PETROLO DETTO “PINNAGADDHI” E RAFFAELE LOMBARDO DETTO “CIRONTA” di Mario Domenico Gullì

FRANCESCO PETROLO detto “pinnagaddhi”

RAFFAELE Lombardo detto “CIRONTA”

POETI IN VERNACOLO

VISSUTI IN CHIARAVALLE CENTRALE NELLA SECONDA META’ DELL’800 E PRIMI ANNI DEL 1900

di Mario Gullì

Il Prof. Don Andrea Iozzo, sacerdote, nel suo manoscritto di note di costume e di vita della gente di Chiaravalle Centrale, parla di Mastro Raffaele Lombardo detto Cironta, poeta estemporaneo, ai suoi tempi conosciuto in paese e nei dintorni.

Il Cironta, che abitava nel Rione Cona, era nato nella seconda metà del XIX secolo e ai primi del novecento aveva ottenuto una certa notorietà tra i suoi contemporanei per le qualità poetiche che manifestava in forma egregia soprattutto quando aveva bevuto; verseggiava allora, in vernacolo ed allietava gli amici, o irritava i suoi nemici con versi estemporanei e con serenate di contrasto o di lode.

Osava sfidare i critici, quelle persone cioè che non gradivano essere disturbate dalle sue serenate, cantando:

…a cu’ ‘nci sposta lu jire cantandu / esce c’avanti mu chjiuda la via…

Era una sfida a chiunque osasse contrastare le sue serenate; ne avrebbe pagate le conseguenze perché Cironta non perdonava le offese.

Stesso rigore critico manifestava nella serenata dedicata ai suoi genitori, quando la fortuna l’aveva abbandonato.

…E Maddalena e mastro Vincenzo / ficero ‘nu fighju sventuratu tantu…

La serenata continuava elencando tutti gli insuccessi e tutte le disgrazie che lo avevano perseguitato e pare abbia colpito nel segno: i suoi genitori, si erano commossi, avevano riconosciuto i propri torti e nei giorni successivi, mastro Vincenzo e Maddalena decisero di dare allo sventurato figlio il terreno che in passato aveva reclamato invano, ricevendo sempre la medesima risposta: I tierri si dassano, ma non si dunanu! Come dire: l’eredità si riceve dopo la morte dei possessori dei beni.

Ma il ripensamento e la donazione non sortirono gli effetti sperati perché la situazione di Cironta peggiorò, ma la sua vena poetica fu alimentata dalle nuove disgrazie. Scrive Don Andrea Iozzo:

I versi di solito li improvvisava un contadino detto Cironta e a giudicare dai frammenti, rimasti fino a tempo fa sulla bocca di molti, sempre sentenziosi e piccanti, doveva avere, oltre che un’innata saggezza, una buona disposizione a poetare in vernacolo, sebbene fosse analfabeta. …

A Cironta è attribuito anche il frammento della composizione che segue:

[…] Guarda quantu virtù tene lu vinu, / ca duoppu vivi fai la corantena, / ti fa jire la testa a varrina, / la lingua sciorta e la parra toscana. (Guarda quente virtù tiene il vino /; ti assopisce (fai la quarantena), ti fa girare la testa, (ti fa jire la testa a varrina) ti scioglie la lingua e ti fa parlare toscano.)

I suoi versi non erano sempre di contrasto, ma venivano adattati alle circostanze ed agli avvenimenti del momento.

Il nostro stornellatore sollecitava gli amici, che con la serenata venivano invitati ad alzarsi, se già si fossero coricati, per aprire la porta di casa e offrire un buon bicchiere di vino; ma quando l’attesa andava al di là delle aspettative, cantava: … Duve ca la lumera non s’alluma, / crjiu ca lu tizzuni è de ficara (dal momento che il lume non si accende presto, è segno che l’avarizia ti fa alimentare il fuoco con legna di albero di fico che non sprigionano fiamma.)

Era un canto di contrasto e di disprezzo: tu, amico mio,  non possiedi il senso dell’amicizia, sei tirchio o, peggio, un debole succube del volere della moglie che non ti consente di ricevere gli amici.

Gli anni trascorrevano, e la vecchiaia avanzava anche per il nostro personaggio, che si accorgeva del cambiamento fisico, della sua incapacità di vivere la vita di sempre, di continuare a cantare, a bere, ad insultare e lodare con le sue serenate. Allora constatava con amarezza: Prima era jiencu e tagghjiava pisieri / e senza vientu lu ranu volava; / mo su manzuni e giru li fieri / e de la corda mi fazzu tirare.

Allude al modo di cavare il grano dalle spighe, quando ancora non c’erano le trebbie. Due giovenchi, trascinando una pesante pietra (pisera) attaccata al giogo, venivano incitati dal bifolco a marciare sui manipoli della bica (griegni) disposti sull’aia.

Le spighe, calpestate e battute dalla pietra, liberavano i chicchi che spesso volavano così lontano come fossero sospinti dal vento.

Ora Cironta non è più valido come quando era giovine (giovenco); è un vecchio bue lento (manzu) e si lascia tirare dalla corda; (consente, cioè, di farsi guidare) per essere venduto alle fiere.

Di questo amabile improvvisatore analfabeta, pare abbia raccolto i versi un certo Don Raffaele (Raffele Pulerà, ultimo rappresentante di una famiglia approdata da Monterosso a Chiaravalle dove divenne ricca e importante socialmente) il quale, spesso, lo invitava a casa sua e, tra un bicchiere e l’altro, gli suggeriva il tema poetico. Cironta improvvisava e l’altro trascriveva. Ma nessuno è entrato mai in possesso delle trascrizioni. Rimangono solo questi pochi frammenti delle sue composizioni poetiche, tramandate a memoria.

C’è un altro personaggio, sconosciuto ai chiaravallesi, anch’egli poeta improvvisatore ed autore di diversi componimenti dedicati ad avvenimenti o a personaggi del tempo, anch’egli analfabeta, ma che merita di essere ricordato.

Si tratta di Francesco Petrolo che mia madre (Maria Caterina Gullì scomparsa a 107 anni) chiamava Zzi’ Ciccu e Pinnagaddhi.

A quanto mi diceva mia madre, Francesco Petrolo era il padre della signora Lucia vissuta per lunghi anni con la famiglia del Dott. Guido Corapi, farmacista.

Mia madre, allora adolescente, ha conosciuto Zzi’ Ciccu, ed ha memorizzato diverse poesie che era solita recitarmi e che, in suo omaggio, ho trascritto e ora riporto nel presente lavoro.

Credo, però, che nel tempo, i versi da me trascritti abbiano subito delle inevitabili varianti, tanto che alcuni mi sembrano stentati e, credo, non nell’originalità della produzione di Petrolo.

I suoi versi, a giudicare dai frammenti che trascrivo, sono la cronaca di avvenimenti legati al quotidiano raccontati con arguzia e ironia; qualche volta sono versi anche offensivi, ma essi hanno sempre la pretesa di sentenziare e fustigare.

‘Zzi Ciccu diventa il cronista degli avvenimenti che si susseguono nel suo paese e che egli vuole stigmatizzare e raccontare alle generazioni future: racconta avvenimenti di cronaca scandalistica legati all’emigrazione dei primi anni del Novecento; fustiga la vita comoda di alcuni signorotti del luogo e l’incapacità di uno di essi ad ingravidare la sua bella moglie per il quale sentenzia: l’albero che non dà frutti va tagliato; protesta contro il Sig. Gualtieri per non essere stato pagato per alcuni servizi resi in occasione dei lavori di elettrificazione dell’abitato.

Si comincia dall’ultima situazione. I fratelli Gualtieri, fiutando l’affare, ritennero vantaggioso investire per elettrificare le nostre contrade.

Richiesero ed ottennero i permessi e cominciarono la costruzione di una centrale idroelettrica sull’Ancinale, fiume che nasce da Monte Pecoraro, attraversa Serra San Bruno, Cardinale, Chiaravalle, ecc. e sbocca in Soverato.

Le voci accreditavano ai fratelli Gualtieri cose mirabili: le strade e le case del paese illuminate a giorno; un mulino mosso dall’elettricità in Piazza Dante; i frantoi che non avrebbero avuto più bisogno di buoi e muli per produrre l’olio.

L’avvenimento suscitava in paese un gran parlare, ed era accompagnato da commenti spesso stravaganti e che andavano al di là della realtà.

In quell’atmosfera di leggenda si costruì la centrale e l’elettrodotto per Chiaravalle Centrale e per i paesi del Circondario.

All’inizio anche ‘Zzi Cicco aveva fornito dei paletti usati per segnare i punti dove dovevano essere collocati i pali di sostegno della linea elettrica.

Maestranze, operai generici e fornitori secondo le scadenze, venivano pagati per i servizi resi; solo Zzi’ Ciccu non ricevette il saldo della sua fornitura.Ed allora, ispirato, così cantò:

Mo chi vinna Gualtieri a Chjiaravaddhi Ora che è vento Gualtieri a Chiaravalle,
ni fa vidire tanti cuosi bieddhi. ci fa vedere tante cose belle.
Ni face nu mulinu ‘ncia la chjiazza Ci costruisce il mulino in piazza
chi la fharina face na bellezza. che la farina fa una bellezza.
Cui ni la dezze a nui sta cuntentezza Chi ha dato a noi questa gaiezza
m’avimu lu mulinu ‘ncia la chjiazza? di avere un mulino in piazza?

Collegato all’avvenimento elettricità e forniture, il nostro poeta, nel componimento che segue, lamenta il torto subito: anche lui aveva fornito del materiale, ma ancora non aveva ricevuto il corrispettivo e, perciò, verseggia:

Inghjiru lu paisi di pizzuchi scritti Hanno riempito il paese di paletti scritti
chi parienu tanti cruci de li muorti che sembrano tante croci dei morti.
Li spisi  pagava cu pampini rande Pagava le spese con fogli grandi
paria ca cacciava frundi di castagni. sembravano tante foglie di castagno.
Pur’io, l’amaru, avanzava dieci liri; Anch’io, poveretto, accreditavo dieci lire,
ma chiddi forte ci parzaru a cacciare. ma fu faticoso riscuoterle.
Io non li volia mu fazzu camurra; Non le avrei voluto fare stravaganze,
li volia pemmu m’accattu na chitarra, ma per acquistare una chitarra,
quantu mu niesciu ‘ngiru ‘ncio paisi per andare in giro nel paese
pemmu nci cantu chisti bieddi cuosi. a cantare queste belle cose.
De la luci a mia puocu mi ’mporta Della luce poco m’interessa
ca cuomu codha u sule mi ritiru ‘ncasa ché al tramonto mi ritiro in casa
c’aju dui stanzicieddhi affumicati ho due stanzette affumicate
e lu truoppu lustru mi porta la luci. E il troppo lustro mi porta la luce.

A questo punto è bene approfondire il motivo delle lagnanze di Zzi Ciccu.

Egli aveva fornito alla Società Idroelettrica dell’Ancinale rappresentata da Gualtieri i paletti (i pizzichi) che dovevano servire per segnare i punti dove dovevano essere collocati i pali per la linea elettrica. Il costo della fornitura ammontava appunto a lire dieci che l’impresario aveva dimenticato o non aveva voluto saldare, mentre aveva pagato subito e senza discutere tutti i debiti, degli altri fornitori, ma non la fornitura di zio Francesco.

Da qui la rabbia espressa con ironia nei versi riportati.

Il nostro Poeta dice con ironia, mettendo alla berlina il Gualtieri: non desideravo essere pagato per farne un profitto o per andare a bere con gli amici un buon bicchiere in osteria, ma perché i soldi erano necessari per comprare una chitarra e con questa andare in giro per il paese per magnificare le opere straordinarie dell’impresario che voleva illuminare il Paese e le abitazioni dei chiaravallesi. Era, però, amareggiato perchè senza quei soldi non poteva realizzare il suo desiderio.

Mia madre non ha saputo dirmi se a seguito della stornellata lo zio abbia avuto quanto  gli era dovuto.

Altro spunto per  poetare venne fornito a Zzi Ciccu dal fenomeno migratorio che in quegli anni si andava consolidando. Per la mancanza di lavoro  e con la prospettiva di guadagno e di arricchimento, molti lasciavano le famiglie in paese e partivano pieni di tristezza per l’America, con la speranza di tornare presto con un buon gruzzoletto. Ma la realtà era ben diversa; una volta lontani, gli emigrati dimenticavano le promesse fatte alle loro spose, non scrivevano più, non mandavano i soldi promessi, così le loro donne erano costrette, per vivere, a fare le serve nelle case padronali ed allora si verificavano fatti spiacevoli e per le donne che li subivano e per gli uomini che da lontano non potevano intervenire per evitarne le conseguenze. Perciò Zzi Ciccu cantò:

Tutti cornuti su’ l’americani Tutti cornuti sono gli americani
comu l’hannu l’hannu li mugghjeri comunque siano le mogli.
S’ndavannu all’America a dinari Emigrano in America per far soldi
e li mugghjeri fannu i servituri. e le mogli fanno le serve.
Quandu partunu ci dannu la fidi: Quando partono promettono:
“Io non mi scuordu di tia ca su’ cristiano. “Io non ti dimentico, che son cristiano
Voliendu de tia pe mu mi scuordu Volendo di te dimenticarmi
non mi tira lu core, c’avimu figghi. non è possibile ché abbiamo figli.”
Pue si  ’nda va all’America e si scorda, Poi va in America e dimentica,
si scorda da mugghjeri e de li figghj” dimentica la moglie con i figli.”
Iddha de cca comincia a spiculiare Ella di qua comincia a domandare
mu trova l’indirizzu mu ‘nci scrive. per saper l’indirizzo e scrivergli.
Trova a direzziuoni e accussì ‘nci scrive: Trova l’indirizzo e così scrive:
“Caru carnutu, cuomu l’hai penzatu “Caro cornuto, come hai pensato
mu m’abbanduni ‘nmiezzu a sti gran lupi di abbandonarmi in mezzo ai lupi
chi mi ficiaru mu fazzu la serva e la puttana?

Di vieru core m’aviti servuta!”

che mi fecero fare la serva e la  puttana?

Di vero cuore m’avete servita!”

Iddhu rispunde e cumincia cu li scusi: Egli risponde e comincia con le scuse:
“Luntanu mi trovavu do paijsi, “Lontano mi trovavo dal paese
e non ti potte mandare nuddha cosa. e non ti ho potuto spedire nulla.
Mo s’hai corcosa, cominciala a vindira Ora se hai qualcosa vendila
ca quandu viegnu l’accattamu ancora.”

E accussì, signuri, la storia è firnuta

e Ciccu e Pinnagaddhi l’ha cacciata.

Si a ncorcunu on ci pare bona,

mu vena dha mmia pemmu reclama,

ca io nci dicu s’è bona o s’è mala,

oppuru s’ave storta nta parola

ca tutti li paruoli sugnu diritti

cuomu a settembre li fica su fatti!

che la ricompriamo quando verrò.”

E così, signori, la storia è finita

e Ciccu e Pinnagaddhi l’ha cacciata.

Se qualcuno non la gradisce

che venga da me a reclamare,

che io gli dico s’è buona o s’è cattiva, oppure se è storta qualche parole

perché tutte le parole sono diritte,

come a settembre i fichi sono maturi.

Mia mamma non ricorda i versi conclusivi della poesia, ma, come sembra dal contesto, l’emigrante accetta la qualifica di cornuto e, tra le righe, pare suggerisca alla sua consorte di continuare a servire, almeno fino a quando non tornerà perché, fino ad allora, egli non è in grado di mandarle nulla.

Un altro aspetto da sottolineare è che Zzi Ciccu, con questi versi, mette alla gogna l’uomo che ha lasciato la donna da sola e senza soldi, ha dimenticato di fornirle i mezzi per sopravvivere onestamente senza cadere nelle grinfie dei signorotti, oziosi e privi di moralità. Mentre quasi giustifica la donna e non la biasima se non è riuscita a rimanere fedele al suo uomo.

Termina il componimento con un avvertimento-minaccia, per tutte quelle persone cui la poesia non dovesse andare a genio: l’autore sono io “e Ciccu e Pinnagaddhi l’ha cacciata;” a lui dunque si doveva rivolgere chiunque avesse qualcosa da obiettare.

Zzi Ciccu, mezzadro di un ricco proprietario terriero in località Razzona di Cardinale (CZ), viveva la sua vita faticando per procurare il pane per sé e per i figli. Le sue giornate trascorrevano veloci e a sera tornava a casa felice, soprattutto perché godeva di ottima salute che lo sorreggeva nel duro lavoro dei campi.

A casa consumava con i suoi la frugale cena e poi si concedeva, mentre fumava la pipa, al suo svago preferito: improvvisare versi per allietare i suoi e i parenti che lo andavano a trovare.

Nella sua casetta affumicata, illuminata dalla fioca luce della lumera e riscaldata dai ciocchi scoppiettanti che aveva portato a casa, come ogni sera, dal bosco che attraversava quando si ritira, dopo il lavoro. Zzi Ciccu non tornava mai a casa senza portare della legna per il fuoco.

Quando era il tempo, raccoglieva anche le castagne, di quelle buone per fare le bruciate, che sono ottime da accompagnare con il vino novello, il fragolino che si produceva prima della vendemmia, mentre l’uva per il vino buono doveva essere vendemmiata quando era pronto il padrone, a cui, oltre la vendemmia, bisognava anche pigiare l’uva, raccogliere le ulive, lavorarle nei frantoi, portare l’olio nelle giare. Tutto bisognava fare ai padroni, perché erano delicati; non erano forti come i contadini nati per fare i contadini, per faticare e perciò hanno la salute e le spalle forti per sopportare tutto.

Forse pensando a ciò, quella sera, Zzi Ciccu, si sentì ispirato e cominciò a sciorinare i suoi versi:

U galantuomu s’aza a li dieci Il signore si alza alle dieci
e quandu s’aza puru nci dispiace. e quando s’alza pure gli dispiace.
Apara ‘na jancazza de finestra Apre uno spiraglio di finestra
e vide ca lu tiempu si cuntrasta. e vede il tempo nuvoloso.
Mo mi ‘nda tuornu natra vota o liettu Ora torno un’altra volta a letto
nommu mi pigghjiu nta catarru bruttu. per non raffreddarmi di  brutto.
Chjiama ‘a servitura: “Vieni, vieni!” Chiama la serva: “Vieni, vieni!…
Pe’ oije mi prepari ‘na gaddhina.” Per oggi mi prepari una gallina.”
All’undici si leva da lu liettu Alle undici si alza dal letto
e va diciendu ca si sente bruttu. e va dicendo che si sente brutto.
A li dudici lu pranzu è preparatu: Alle 12 il pranzo è preparato:
la pasta, lu ragù e lu bullitu. la pasta, il ragù ed il bollito.
Chjianu, chjianu si mette a mangiare Piano, piano si mette a mangiare;
e cu cincu o sia piatti on va buonu. Con cinque o sei piatti non è sazio.
Pista la brocca a lu piattieddhu: Batte al piatto la forchetta:
“Portami nu puocu e sta  gaddhina!… “Portami il gallo, (o mia servetta)!
Pue pigghjia quattru o cinc’ova, Poi prendi quattro o cinque uova,
-guarda nommu su’ tarduvi- -bada che siano di giornata-
e mentili a lu fuocu, arriedi, arriedi, e mettili al fuoco, un po’ lontani,
ca mi li mangiu prima de la frutta. che li consumo dopo della frutta
Duoppu chi mangiu mi turonu a curcare. che fine pranzo io torno a letto.
A lu povarieddhu nci tocca mu zzappa Al povero tocca zappare
cu puocu pane quandu lu po’  avire. con poco pane, quando lo può avere.
Cu chiddhu puocu quandu lu po’ avire Con quel poco, quando può averlo,
ave ‘na forza cuomu nu liuni. acquista forza quanto un leone.
Galantumo non nda campa nuddhu vicchjiu

ca more cu lu tuoccu o cu lu nzurtu.

Galantuomu viecchjiu corcunu nda campa

Nessun signore arriva alla vecchiaia

che muore per infarto o per emorragia.

Galantuomo vecchio ne vive qualcuno

cuomu alla gucceria vace nta jenca.

E si campa ‘a sciatica nci carica de ncuoddhu

e paga li gaddhini cu li gaddhi

come al macello arriva la giovenca.

Poi si ammala di sciatalgia

e paga galline e galli

ca nci tocca la seggia cu li ruoti

e mu stace intra cuomu  carceratu.

Perché finisce sulla sedia a rotelle

e deve rimanere in casa come il carcerato

Lu povarieddhu pare nu porriettu Il povero invecchia e  vive sano e forte
e mora cu la zzappa a lu capizzu. e muore con la zappa al capezzale.

Mi domando se il nostro Zzi Ciccu, nel pensare e produrre i versi che descrivono la vita comoda dei signorotti di campagna del suo tempo, i quali trascorrevano le loro giornate tra il letto, la tavola e i tavoli da gioco senza sentirsi né in colpa, né in debito verso e con la società, abbia mai saputo che prima di lui, un grande della nostra letteratura, aveva descritto le stesse situazioni. Mi riferisco all’Abate Parini. Ma certo il nostro poeta non poteva conoscerlo. Unica soddisfazione per Zzi Ciccu era una constatazione, che era anche la sua vendetta: Tu, caro padrone, puoi godere la tua vita beata senza preoccupazioni di sorta; a me resta la soddisfazione, (se arriverai alla vecchiaia) di vederti pieno di acciacchi sulla carrozzella, mentre io, sia pure tra gli stenti e le sofferenze, vivrò più a lungo di te e morirò, quando lo vorrà il Signore, nel mio letto e ancora pieno di forze.

Nell’ultima poesia che riporto, Zzi Ciccu canta l’intelligenza del suo padrone che ha avuto la fortuna di sposare una donna bellissima, piena di salute e nelle condizioni di generare una numerosa prole, ma che tarda a venire. Lo deplora, però, per il fatto che a distanza di tre anni dal matrimonio ancora non è riuscito a procreare e la colpa, di certo, non può essere della bella padrona. Invita perciò il proprio padrone a darsi da fare e, se non dovesse riuscire nell’intento di ingravidare la sua bella sposa, dovrebbe avere la sensibilità di scomparire, perché l’albero che non dà frutti dev’essere tagliato.

Aiu nu patruni intelligenti Ho un padrone intelligente
chi pe mugghjieri ave nu brillanti. che ha per moglie un brillante.
Ccà trovau gienti di core veramenti Qui ha trovato brava gente
chi vuonnu bene a iddha chjù de’ Santi. che le vogliono bene più dei Santi.
Pare nu carbinieri a cavaddhu Sembra un cavaliere a cavallo
e lu cuodhu nci sta tisu senza cuollu. e il collo le sta diritto senza il collare
Ogni arvaru face nu fruttu!… Ogni albero produce un frutto!…
Cu’ on’ave figghj ave mu s’ammazza. Chi non ha figli deve suididarsi.
S’on bole mu s’ammazza Se non vuole suicidarsi
è miegghju mu si spara. è meglio che si spari:
S’on bole mu si spara Se non vuole spararsi
è miegghju mu s’annega. è meglio che si anneghi.


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Mario Domenico Gullì

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