DON CARLO FILANGIERI PRINCIPE DI SATRIANO E DUCA DI TAORMINA (DELIBERA DEL DECURIONATO DI CHIARAVALLE DEL 21 APRILE DEL 1851) di Mimmo Gullì

DON CARLO FILANGIERI PRINCIPE DI SATRIANO E DUCA DI TAORMINA

(DELIBERA DEL DECURIONATO DI CHIARAVALLE DEL 21 APRILE DEL 1851)

di Mimmo Gullì

Era il mese di aprile del 1851 (161 anni fa) quando giunse notizia alle autorità politiche del paese che nel mese di maggio sarebbe passato da Chiaravalle don Carlo Filangieri, Principe di Satriano, Duca di Taormina e Luogotenente Generale in Sicilia.

Giornata fausta per questo paese (degna di essere segnata cum lapillis!) per cui i Decurioni non dovevano farsi sfuggire l’occasione che si offriva loro di onorare l’ospite illustre. E allora la macchina politica si mise in moto.

Presieduto dal sindaco don Francesco Prestia, si riunì il Decurionato. Alla riunione erano presenti i Decurioni: Francesco Iozzo, Vincenzo Staglianò, Vincenzo Pitaro, Felice Rossi, Domenico Ceravolo. Segretario della seduta era Alfonso Gagliardi.

La riunione si svolse il 21 aprile nella casa comunale; il sindaco, don F. Prestia, in apertura di seduta, informò i Decurioni (intervenuti in numero opportuno) che verso la metà del prossimo venturo mese di maggio, Sua Eccellenza il Principe Sig. don Carlo Filangieri, duca di Taormina e Luogotenente Generale in Sicilia, onorerà questo Comune di sua presenza ed in tale avventuroso giorno, è nostro dovere farlo ricevere in una deputazione, oltre del nostro Collegio e municipalità tutta, anche nominando numerosi Deputati badando che siano persone più distinte per nascita e qualità personali.

I Decurioni presero atto che un tale evento (la presenza di don Carlo Filangieri) onorava e rendeva tal giorno memorando alla memoria dei futuri, e che […] per dimostrare gratitudine a tanto onore devesi formare una deputazione affine di ricevere e complimentare il prelodato alto personaggio.

I Decurioni ritennero che fossero degni di tanto onore (sia per nascita che per le qualità personali che li adornano) i signori: don Domenico e don Nicola Castiglion Morelli, don F. De Giorgio, don Michele Staglianò, don Domenico Antonio Ceravolo. Pertanto all’unanimità essi deliberarono di nominarli per deputati addetti a complimentare e ricevere S. E. il Principe don Carlo Filangieri, e dimostrargli la gratitudine, ed attaccamento verso lo stesso di tutta la popolazione.

Per la verità manca il racconto del seguito dell’iniziativa Decurionale. Infatti non vengono consacrate in verbali successivi le iniziative conseguenti alla delibera sopra descritta.

Dalla lettura delle carte dell’epoca, si evince che il passaggio di quell’illustre personaggio fosse più una speranza dei notabili chiaravallesi che una possibilità reale.

Ma chi era e perché la presenza di Carlo filangieri era così importante per il sindaco e i decurioni di Chiaravalle?

Egli era figlio di Gaetano Filangieri (1752-1788) uno dei più grandi giuristi e pensatori, amico di Franklin che gli chiese più volte consiglio per la formulazione della Costituzione Americana, e di Goethe che lo ammirò e che da lui apprese il pensiero di Giambattista Vico.

Carlo (principe di Satriano, duca di Cardinale e di Taormina, barone di Davoli e di San Soste) era nato a Cava dei Tirreni il 10 maggio del 1784. Sua madre era la Contessa Carolina Fremdel di Presburgo.

Rimasto orfano del padre quando aveva 4 anni, come di consuetudine nella nobiltà napoletana, egli intraprese la carriera militare e, ancora minorenne, ottenne il brevetto di ufficiale di cavalleria (ReggimentoPrincipe Leopoldo).

Quando Napoleone volle conoscere il figlio del grande giurista, Carlo si trasferì in Francia dove, nel 1803, conseguì il diploma presso l’Istituto Prytanèe a seguito del quale ottenne il suo primo grado di sottotenente (33 Reggimento di fanteria) nell’esercito napoleonico.

Con l’esercito francese partecipò alle guerre napoleoniche; fu presente alla battaglia di Austerlitz e alla campagna di Spagna.

Per non incorrere nel rigore della Legge per aver ucciso in duello un generale italo-francese, il Principe Carlo Filangieri ritornò a Napoli dove fu aiutante di campo di Giocchino Murat, che nel 1813 lo nominò Generale.

Dopo la restaurazione borbonica nel Regno delle Due Sicilie egli rimase a Napoli e ricoprì diversi incarichi nell’esercito borbonico e, nel 1848-1849, comandò con successo la campagna per la riconquista della Sicilia dove rimase come Luogotenente fino al 1855.

Ricopriva tale importante funzione in Sicilia quando arrivò la notizia del passaggio del Principe Carlo Filangieri da Chiaravalle. Ma poteva essere una notizia falsa e fuorviante propagata ad arte per nascondere il vero itinerario dell’illustre personaggio per rendergli il viaggio più sicuro. Forse. Ma i documenti non aiutano a stabilire la verità.

Egli era ormai da molto conosciuto dai chiaravallesi perché che la zia Teresa Filangieri Fieschi Revaschieri aveva legato il nipote Carlo alla terra di Calabria quando aveva deciso di lasciare al nipote Carlo le sue proprietà.

E quando nel 1821, dopo l’avvenuta definiva restaurazione borbonica, egli fu esonerato dal comando della Civica e dopo il suo rifiuto di apparire in giudizio di fronte a sei generali ex suoi subordinati, egli si ritirò a vita privata nel casino di Razzona, posto a un chilometro di dall’abitato di Chiaravalle, dedicandosi alla gestione delle ferriere di Santa Provvidenza.

Cinque fuochi che producevano ottimo ferro.

In chiaravalle la proprietà delle ferriere possedeva depositi per il materiale finito, per il materiale di fusione e per il carbone necessario per alimentare i fuochi. Chiaravallesi erano anche gran parte dei trasportatori della pirite da lavorare, e del carbone necessario per la fusione.

Le cronache ricordano, tra i dipendenti della ferriera, la presenza di tal Sanzo detto Ciccione, che aveva l’appalto del trasporto del carbone e del materiale ferroso. Divenne famoso per la sua intransigenza, precisione nella direzione del lavoro e l’amore per i nipoti uno dei quali, per il suo interessamento e aiuto economico, riuscì a laurearsi in medicina.

Riprese a collaborare con Ferdinando Secondo quando accettò di operare per risolvere la questione siciliana. L’isola non aveva gradito il tradimento del borbone che aveva concesso e subito ritirata la Costituzione. Perciò aveva dichiarato la propria indipendenza non riconoscendo più l’autorità de Re di Napoli.

Filangieri aveva riconquistato l’isola, ma quasi subito ebbero il sopravvento incomprensioni e vedute differenti sulla politica interna ed estera.

Filangieri aveva capito, che per salvarsi, il Borbone doveva abbandonare la politica di amicizia con l’Austria per allearsi con la Francia. Aveva già intavolato delle trattative con i diplomatici di quella nazione, quando il re preferì mantenere i rapporti d’amicizia con l’Austria. La rottura era inevitabile.

Soprattutto quando il luogotenente aveva presentato un piano per la costruzione di 25 nuove strade nell’isola per un totale di 625 miglia e otto ponti sospesi. Nell’occasione fu suo avversario politico il Ministro degli affari siciliani Giovanni Cassisi che insinuò che nell’affare Filangieri si era avvalso di imprenditori siciliani dietro i quali si nascondevano ditte francesi. Il contratto non fu firmato.

Cassisi, durante l’assenza del Luogotenente, lo sottopose a inchiesta amministrativa. Appresa la notizia egli scrisse a Ferdinando che non avrebbe messo più piede nell’isola e il Re nel febbraio del 1855, accolse finalmente la sua richiesta di ritiro con la motivazione dei problemi di salute. Per l’aggravarsi delle patologie causate dalle sue vecchie ferite di guerra dovette subire una nuova operazione chirurgica che mitigò l’infezione in atto e gli salvò la vita, ma non potette  più piegare la gamba destra né potè più montare a cavallo.

Intanto le condizioni di salute di Ferdinando II andarono peggiorando: prima di morire raccomandò a Filangieri l’erede al trono che protesse: Ferdinando morì il 22 maggio del 1859.

Il nuovo Re fece appello all’onore di soldato di Filangieri, che richiamò e gli affidò il compito di formare il nuovo governo. Egli, da primo ministro cercò di risollevare le sorti dello Stato avviando un concreto programma di opere pubbliche (costruzione di strade, ferrovie, ponti). Migliorò la condizione carceraria e la riorganizzazione dell’esercito.

Scoprì anche un complotto filo austriaco nel quale era implicata la seconda moglie del defunto Re, Maria Teresa Isabella. Alla notizia del complotto il re gettò la documentazione consegnata da Filangieri esclamando: “È la moglie di mio padre!” Da quel momento Maria Teresa divenne l’acerrima nemica del Generale il quale decise di aprire alla Francia. L’intenzione rimase un pio e lodevole desiderio perché il re scelse la strada di rinnovare i legami con l’Austria che lo porteranno alla perdita del Regno e del Trono.

Ma il suo onore di soldato lo portò ancora in Sicilia che lasciò alla fine per ragioni di salute. Visse ancora a lungo e ebbe la ventura di vedere l’Italia unita e di sottoporre studi e rapporti di natura militare al presidente del Consiglio La Marmora e al generale Fanti. Aveva 83 anni quando il 9 ottobre del 1867 quando morì.

Mimmo Gullì

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