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Friday, August 18, 2017
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DON VINCENZO STAGLIANÒ E LA CHIESA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (A CENTO ANNI DALLA CONSACRAZIONE)

Classificato in/Posted in Chiese, Collana 2, Personaggi 1 category

DON VINCENZO STAGLIANÒ

E LA CHIESA DEL SACRO CUORE DI GESÙ

(A CENTO ANNI DALLA CONSACRAZIONE)

di Mario Domenico Gulli’

Dai coniugi Francesco Staglianò e Rei Teodora, che abitavano una casetta ubicata nel fondo Taglieri (ora Via Martelli), furono procreati 8 figli: Concetta (23 febbraio del 1857), Nicola (3 settembre 1859), Antonio (6 maggio 1962), Maria (8 dicembre 1867) morì il 5 febbraio del 1868, un primo Vincenzo (14 febbraio 1870) morì il 3 ottobre dello stesso anno, poi altra bambina cui è stato imposto ancora il nome Maria (22 aprile 1872), quindi altro maschietto che fu chiamato Vincenzo (14 agosto 1875) e poi l’ultimo fu Domenico (25 settembre 1878).

Il 14 agosto del 1875 dunque, nacque Vincenzino Staglianò, settimo degli otto figli messi al mondo.

Il piccolo Vincenzo crebbe bello e in salute, frequentò le scuole primarie a Chiaravalle, entrò in seminario a Gerace prima e, in seguito a Squillace e, completati gli studi teologici, fu ordinato sacerdote.

Era un prete proveniente da una famiglia non abbiente per cui inserirsi nella comuneria parrocchiale, era oltremodo difficoltoso e, anche se portava un cognome molto noto e importante a Chiaravalle, pure non aveva protettori né nel paese né in Curia. I genitori gestivano un forno.

Come altri, perciò, negli anni della grande emigrazione, ai primi del Novecento, per scelta o per necessità, raggiunse l’America dove visse per alcuni anni svolgendo, povero tra poveri, il suo apostolato di fede nella chiesetta di sua proprietà nella quale celebrava le sacre funzioni.

Ma i tempi erano duri anche per lui in quella terra lontana e ospitale, ma ostile, dove non mancavano “i nemici del bene” i quali distrussero quanto aveva costruito per sé e per il suo prossimo. Una mattina, infatti, trovò quella chiesetta distrutta dalle fiamme.

Superati i tempi di sconforto e di sofferenza, egli pensò di ritornare in Italia, a Chiaravalle, suo paese natale, e qui ricominciare il suo apostolato con in testa due propositi; quello d’inserirsi nella Comuneria della Chiesa Parrocchiale, già satura di presenze sacerdotali, svanì subito per l’egoismo e l’ostracismo di quanti temevano che una presenza in più avrebbe significato decurtare ulteriormente le risorse ricavate dalla congrua, dall’obolo dei fedeli, dagli introiti (in soldi e in natura) provenienti da affitti e cenzi delle proprietà della chiesa e delle Cappelle.

L’altro proposito era la realizzazione di una chiesetta per la cura delle anime dei rioni Taglieri, Cappella e Vignale.

Tali contrade, infatti, si andarono popolando a seguito degli sconvolgimenti tellurici dopo i quali vennero costruiti pagliai, capanne e baracche e, soprattutto, dopo il terremoto del 1783 quando le autorità del tempo localizzarono l’area della ricostruzione della Chiaravalle distrutta a cominciare dal “piano della Cappella.”

Il fondo Cappella (proprietà della Cappella della Madonna della Pietra) era contiguo alla località Vignale e Taglieri ed era conosciuto, così come oggi, con il tòponimo Cappella.

In quel fondo (che già era stato occupato “da 150 individui per uso di baracche e capanne,”) le presenze erano sempre più aumentate a seguito delle disposizioni del Re che in quel sito  ricostruì il paese distrutto e quando fu ultimato, la gente dei pagliai, delle capanne e delle baracche occupò le nuove case costruite per loro e per altri terremotati.

Quel sito, però, da subito aveva palesato difficoltà e disagi di natura sociale perché mancava nelle vicinanze un luogo aggregante come poteva essere una chiesa, e soprattutto perché gli abitanti, dalle tre contrade, non sentivano il suono delle campane delle numerose chiese e della chiesa principale, per cui raramente la gente era presente alle sacre funzioni.

La situazione di disagio dovette permanere per 64 anni ancora dopo il terremoto, se il 18 giugno del 1847 un sacerdote, rispondendo al Vescovo mons. Pasquini che lo richiedeva, auspicava la costruzione di una chiesa nella nuova zona di Cappella. Mi pare opportuno riportare di seguito il documento:

A S. Eccellenza […] Monsignor F. Concezio Pasquini vescovo di Squillace[1]

Per commissione dell’Arciprete locale rispondo al di Lei foglio del 14 andante datato da Simbario in Santa Visita, e per dettaglio, analogamente al numero dei quesiti in esso marcati.

1° D: Quali e quante chiese vi sono in cotesto paese coi titoli rispettivi?

R: Oltre a quella dei Cappuccini in fabbrica, vi è la Matrice una Filiale e altra in campagna, e quella del Camposanto.

Quella dei Cappuccini è sotto il titolo di Sant’Antonio, la Matrice di Maria Santissima della Pietra, La Filiale dell’Addolorata quella in campagna dei Santissimi Martiri Maccabei. [2]

2° D: Se le chiese siano in buona o cattiva condizione, cadenti o cadute?

R: La Matrice è in cattivissimo stato; e quella del Camposanto è in fabbrica a spese del Comune; la Filiale in paese e quella in campagna sono ristorate.

3° D: Se appartengono al Patronato del Re (N. S.), dei Luoghi Pii Laicali o del Comune?

R: La Matrice e le due Filiali con quella del Camposanto sono di Patronato [com/le].

4° D: Di quali accomodi hanno bisogno?

R: La Matrice ha bisogno di essere ristorata, essendo tutta di rustico, ed in parte riattata. Quella del Camposanto ha bisogno di 300 ducati.

5° D: Se vi sono chiese incominciate e non compiute?

R: Vi è la Matrice, e per la quale, al ristoro, si chieggono duc. 2500, e quella del Camposanto che ha bisogno di duc. 300.

6° D:: Se le chiese esistenti bastino, o no al bisogno del popolo?

R: SE NE RICHIEDEREBESI ALTRA AL RIONE CAPPELLA LONTANO DAL L’IMPIANTO DELL’ABITATO PIÙ DI UN MIGLIO.

La richiesta di don Giuseppe Maria Rauti, infatti, veniva esplicitata al suo vescovo, come già scritto, 64 anni dopo la catastrofe del 1783, ma con molto più ritardo (129 anni dopo quel terremoto) qualcuno pensò di venire incontro alle necessità della gente di Cappella, Vignale e Taglieri costruendo una chiesa per come auspicato dalle autorità civili nel dopo terremoto; esse, infatti, avevano determinato la necessità della presenza di una seconda parrocchiale in tutti quei paesi la cui popolazione avesse superato le duemila unità; ciò per venire incontro alle necessità spirituali degli abitanti. E Chiaravalle aveva superato di molto i due mila abitanti!

Ma l’egoismo dei Comunieri e degli arcipreti che si sono succeduti nel tempo, non avevano gradito il discorso di duplicare la Parrocchiale né allora, né in seguito e, perciò, hanno sempre lottato per impedire (o comunque ritardare) una tale evenienza.

Giustificavano il loro comportamento omissivo dell’ordine del Re per la precarietà del lavoro dei parrocchiani, per la spoliazione continua delle proprietà ecclesiali da parte della politica che aveva incamerato le fonti degli introiti delle chiese, per le rapine brigantesche e per l’emigrazione; tutto ciò determina entrate sempre minori e, l’introito ricavato dai cenzi e dagli oboli dei fedeli risultava sempre più insufficiente e non bastevole a soddisfare le esigenze della numerosa presenza di sacerdoti.[3]

Trascorsero, quindi, ancora 129 anni dal terremoto del 1783 prima che la segnalazione e l’auspicio di don Giuseppe Maria Rauti potessero essere accolti e realizzati da un figlio del popolo di Chiaravalle, don Vincenzo Staglianò.

Ma chi era don Vincenzino Staglianò?

I coniugi Francesco Staglianò e Rei Teodora, che abitavano una casetta ubicata nel fondo Taglieri (ora Via Martelli), misero al mondo, si ripete, una numerosa nidiata di figli e Vincenzo fu il penultimo dei nati.[4]

Egli crebbe bello e in salute, entrò in seminario e fu ordinato sacerdote. Negli anni della grande emigrazione (ai primi del Novecento) raggiunse l’America dove visse per alcuni anni e dove svolse il suo apostolato di fede, povero tra poveri.

Qui, con l’aiuto del fratello Domenico e con i suoi risparmi, aveva costruito una chiesetta nella quale celebrava le sacre funzioni.

Il sogno pastorale americano di aiutare i suoi confratelli e corregionali durò poco: ignoti distrussero con il fuoco quella chiesa nella quale aveva esercitato il suo apostolato.

Dovette ritornare a Chiaravalle e qui incominciare un nuovo percorso di operosità sacerdotale. Cercò di inserirsi nella Comuneria della Chiesa Parrocchiale, già satura di presenze.

Ma la cosa fu impossibile: una presenza in più avrebbe significato decurtare ulteriormente le risorse ricavate dalla congrua, dall’obolo dei fedeli, dagli introiti (in soldi e in natura) provenienti dagli affitti e dai cenzi delle proprietà della chiesa e delle Cappelle.

Svanito il primo obiettivo, l’altro che aveva in testa era la realizzazione di una chiesetta per la cura delle anime dei rioni Cappella, Taglieri e Vignale località queste che si erano maggiormente popolate dopo il terremoto.

L’avrebbe fatta con i soldi avuti in America dall’assicurazione per i danni subiti dall’incendio e con l’aiuto e la generosità dei naturali di Cappella, Taglieri e Vignale.

Ma anche questa decisione trovò, fin dall’inizio, ostacoli insormontabili: ad opporsi erano le autorità ecclesiali locali che riuscivano a bloccare le iniziative del giovane sacerdote e a orientare in senso negativo le decisioni della Curia e delle autorità civili.

I problemi da risolvere e gli ostacoli da superare, quindi, furono tanti; non era facile convincere le numerose presenze della chiesa collegiale di Chiaravalle che quella costruzione non era determinata dal volere, a tutti i costi, sottrarle “anime e decime,” ma dalla necessità di garantire agli abitanti dei rioni vicini la possibilità di assistere alle sacre funzioni.

I lavori cominciarono e proseguirono tra tante difficoltà. Ricordano i più vecchi che don Vincenzo non si risparmiava: correva in Curia per rimuovere gli ostacoli ed era capace di compiere ogni lavoro nel cantiere e, con l’esempio, incitava tutti a lavorare.

Spesso, quando le necessità erano impellenti, si sostituiva al banditore e girava per le strade delle contrade interessate avvertendo i suoi fratelli in Cristo che ’u Core Gesù ave bisuognu ‘e caci, acqua, rina, mattuni e petra. Oppure: ‘U core e Gesù ave bisuognu e vrazza, e mastri fabbricatori. E quando chiamava, la gente accorreva numerosa ed entusiasta di rendersi utile per la sua chiesa.

Non chiedeva soldi alla povera gente; don Vincenzino sapeva di non poterne ottenere perché a Cappella, Taglieri e Vignale c’era solo povera gente, ricca di fede ed entusiasmo, di buona volontà e voglia di aggiungere al lavoro per la sopravvivenza anche quello per aiutare un prete, povero come loro, che voleva realizzare più la loro, che la sua chiesa.

Fu proprio l’aiuto materiale, morale e spirituale della gente di Cappella, Taglieri e Vignale (e non solo) che fece superare a don Vincenzo gli ostacoli e l’avversità dei nemici del bene: la costruzione fu portata a termine e venne il giorno della consacrazione di quella chiesuola.

Il 18 dicembre del 1912 monsignor Tosi, Vescovo di Squillace, consacrò il nuovo edificio dedicandolo al Sacro Cuore di Gesù, che ottenne da papa Benedetto XV la concessione dell’onore della liturgia.

Da quella data la messa venne celebrata in quella chiesetta che con il suo basso campanile e la sua piccola campana chiamava i fedeli alla preghiera: quel sacro luogo di preghiera, comunemente chiamato “a Chjesoleddha do Core Gesù” era (ed è) inserito nel cuore dell’allora parte nuova del paese.

L’opera di don Vincenzo non si limitò al solo apostolato; era attivo in altri settori della vita lavorativa e non disdegnava di commerciare nel settore merceologico di materiale per l’edilizia e di proporsi egli stesso come impresario edile.

Don Vincenzo amò e lasciò segni del suo amore “sacro e profano.”

Amò particolarmente il suo prossimo al quale evolveva quasi tutti i proventi dell’apostolato.

Questo aspetto del suo carattere non lo fece né vivere, né morire ricco. Anzi la sua proverbiale bontà gli procurò più di un dispiacere.

È possibile documentare una disavventura di carattere economico subita da Don Vincenzino in occasione della costruzione dell’edificio delle suore Immacolatine di via suor Brigida Pastorino, fondatrice dell’Ordine (e già riportata nel volume Claravallis, Chiaravalle Centrale di M. D. Gullì, 2010, pagg. 201-208).

Nei primi anni del XX secolo Don Vincenzo s’impegnò a costruire l’edificio che doveva accogliere dell’Ordine delle Figlie dell’Immacolata fondato da Suor Brigida Pastorino.

Per la realizzazione di quell’edificio egli spese i propri soldi; lo portò a termine e lo consegnò alle suore che lo abitarono e iniziarono il loro apostolato dopo avere abbandonato i vecchi locali appartenenti alla famiglia Gualtieri che ospitavano le suore e l’asilo da loro gestito,

Si dimenticarono, però, di saldare il conto e, malgrado le richieste del sacerdote, Suor Brigida Pastorino e le sue suore rifiutarono di incontrarlo, di pagare e di rispondere alle sue richieste.

Don Vincenzo scrisse alla fondatrice, ora beatificata,[5] una lettera dalla quale traspare tutta la sua delusione per essersi fidato e aver consegnato le chiavi alle suore prima del versamento del dovuto:

Reverenda Madre Brigida Pastorino, osservato il vostro (giusto?) silenzio dopo la mia del giorno 11 giugno u. s., mi sono recato più volte alla porta di quella casa che io ho costruito, bussato, sono venute giù le vostre suore; domandato del padrone della casa […] mi è stato ripetuto che la casa è delle Suore Immacolatine e che nulla hanno da fare gli zombi o gli strumbi… Dopo ciò ho dovuto persuadermi che Voi vi volete giocare di me facendo lo scarica barile, e ridendo della mia stupida bontà e buona fede.

Ma davvero debbo essere insanato da santi e da diavoli? Sono io realmente un cretino tale da fare da comodino agli affaristi? O sono simile ai delinquenti onorati?

Né l’uno, né l’altro.  Io sono Vincenzo Staglianò, sacerdote umile ed onesto, benefattore e non delinquente. Ma indagato il vostro (giusto?) silenzio ho dubitato un momento [ … ] ed ho cercato di rivedere…. La revisione mi ha portato più in alto… Non contento di ciò: chiamati tre capi d’arte costruttori, i migliori ed i più onesti: consultato un tecnico, tutti, chi più chi meno, portano i lavori da me fatti ad una spesa maggiore di quella da me vendicata. Ed ecco le varie cifre riassuntive delle spese della casa:

a) mia revisione comprese lire 2.000 (mattoni forati lasciati nel fabbricati), più lire 162 (una cassa di lastre), più lire 87 (spese istrumenti), più lire 700 (pozzo nero) totale lire 2.949,00 per complessivi                                                                                                                          Lire 141.684,80;

b) stima fatta dal capo d’arte Musicò Bruno fu Cosimo                                         Lire 144.660,50;

c) stima fatta dal capo d’arte Florio Giuseppe                                                       Lire 145.947,00.

[ … ] Vedete, Reverenda Madre, che avete molto torto ed usate ingiustizia grande nel mandarmi da Tizio e da Caio pel mio credito!

Tale agire, perdonate, non si addice a voi che occupate un tale posto: egli è degno degli affaristi abituati a vivere di affari.

A ragione alcuni amici più scaltri e più edotti nella vita pratica, mi consigliavano di non consegnare il fabbricato se non a conti soddisfatti.

Ma io ho voluto abbondare in bontà e buona fede nella fiducia che trattando con persone religiose nessun dispiacere avrei dovuto soffrire. Pur troppo mi sono ingannato! [.. ]. 6]

E chi sa quante altre volte si sarà ingannato!…

Non mancò neanche l’attenzione del Vescovo sul suo e sull’operato di tutta la comunità ecclesiale di Chiaravalle, sempre più litigiosa e in lotta.

E forse l’intervento del Vescovo venne orientato da quanti don Vincenzo definiva nemici del bene i quali non gradivano l’afflusso di anime verso la chiesetta del Sacro Cuore di Gesù consacrata, come già scritto, da mons. Eugenio Tosi che resse la diocesi di Squillace fino a quando fu nominato Cardinale di Milano.

A Squillace era arrivato per sostituire l’Avellinese Mons. Giovanni Ercole Festa che fu vescovo dal 30-8-1909 al 16-4-1911 quando, la bontà del Santo Padre, lo destinò alle mansioni di Canonico in una Basilica di Roma togliendogli la giurisdizione di una Diocesi.

Monsignor Tosi conosceva profondamente le Sacre Scritture e sapeva mirabilmente proporle nelle omelie quotidiane.

Gli era caro il culto al Santissimo cuore di Gesù ed in Chiaravalle consacrò, con tale nome, due chiese: quella costruita da don Vincenzino Staglianò e quella del Convento dei Cappuccini.

Ordinò molti sacerdoti e, tra questi anche don Andrea Iozzo che, non avendo ancora l’età prescritta, ebbe bisogno della dispensa del Santo Padre; fu ordinato nella chiesa matrice di Chiaravalle l’11 luglio del 1911. Fu altro prete scomodo per l’arciprete Carretta il quale non gli risparmiò critiche e rimproveri “paterni.”

Nel decreto di visita Pastorale nella Parrocchia di Chiaravalle del 14-18 aprile 1917 mons. Eugenio Tosi, tra le altre, si interessò anche della chiesa del Sacro cuore di Gesù: vieta di affrontare qualsiasi spesa in assenza del permesso della Curia; ordina di mandare entro il 31 dicembre personalmente al vescovo la lista degli introiti e delle spese occorse, specificando i debiti della chiesa; ordina di regolarizzare

quam primum in faccia al civile il possesso dell’abitazione posta dietro la chiesa perché non avvenga, in caso di morte, pasticcio tale da mettere l’Ente in vertenza da Tribunale con danno delle elargizioni dei fedeli. Vieta di fare il sepolcro senza autorizzazione della Curia, e qualora questa intendesse concedere, come di suo diritto, è proibita la messa del giovedì Santo, […]. Ad ogni modo il sepolcro deve essere fatto non in forma scenica, ma in modo sobrio e devoto, cosicché non servi alla curiosità, ma alla pietà. o stesso dicasi per il presepe per il quale, anno per anno, come pel sepolcro, devesi chiedere permesso alla Curia.

Don Vincenzo morì il 1943

Dopo la sua morte la chiesetta del Sacro Cuore conobbe alti e bassi.

Negli anni quaranta l’arciprete don Vincenzo Carretta l’affidò al proprio economo don Vito Rauti e lo incaricò, interinalmente, alla cura di quelle anime e consentì a don Andrea Iozzo di celebrarvi la prima messa della giornata.

Ma non mancarono contrasti e fastidi, tant’è che il 16 novembre del 1945 don Vincenzo Carretta scrisse a don Andrea la lettera che si riporta:

Carissimo don Andrea, certamente, sia come appartenente alla Comuneria, sia come semplice sacerdote presente in una Parrocchia, nei giorni festivi, quando la necessità lo richiede, è d’uopo sottomettersi ad una certa disciplina nella celebrazione della Santa Messa.

Nel caso vostro vi ho fissato l’ora che fa a vostro comodo; ma bisogna fare il piccolo sacrificio di essere puntuale nell’osservanza dell’orario.

Nessuno mai si è sognato di obbligare qualsiasi sacerdote a celebrare o ad osservare un determinato orario quando le condizioni di salute eccezionalmente glielo impediscono. In tal caso basta avvertire tempestivamente.

Non posso, poi, in alcun modo, aderire all’ostracismo di altro sacerdote della chiesa del Sacro Cuore mentre voi celebrate. Nel caso concreto, l’altro sacerdote sarebbe il mio economo curato, don Vito Maria Rauti, il quale è interinalmente incaricato di quella chiesa, con l’esercizio di cura di anime , quindi è obbligato, precisamente nei giorni festivi, ad essere presente in detta chiesa appena aperta per accudire ad ordinari doveri.

Rifletteteci un poco e riconoscerete la sconvenienza di simile proposta.

L’economo certamente supplirà sempre che sarà necessario nella matrice; ma in casi eccezionali e di stretta necessità, ogni sacerdote dovrà fare il suo dovere.

Sarebbe ozioso discutere su altri punti della vostra lettera, semplicemente perché ci troviamo ai due poli opposti, e non riusciremo mai a comprenderci.

Sarebbe più utile se meditassimo un tantino agli obblighi che abbiamo assunto verso Dio, il proprio Vescovo ed il popolo cristiano con la nostra ordinazione sacerdotale.

Vi auguro ogni bene, con saluti cordiali. f/to dev/mo Arciprete V. Carretta.

Il 4 ottobre del 1955 il vescovo mons. Armando Fares eresse la chiesetta a Rettoria e l’affidò ai frati Cappuccini. Primo Rettore fu il reverendo padre Agostino che, in contrasto con l’autorità ecclesiale del tempo, lasciò quasi subito.

Don Saverio in proposito scrisse: 1l 4 ottobre del 1955 S. E. mons Fares la eresse a Rettoria e l’affidò ai Cappuccini […]. La novità non riuscì; ben presto i Cappuccini lasciarono la Rettoria dopo un periodo di spaccatura nei fedeli.

Ma i motivi veri della rinuncia dei Frati Cappuccini non sarebbero stati esattamente quelli riportati da don Saverio!…

Dopo la rinuncia da parte dei Cappuccini e il mancato accoglimento della richiesta di don Giovanni Giorgio, chiaravallese allora giovane prete, la chiesetta fu affidata al cardinalese don Nicolino Treccozzi, che la resse fino a quando, sempre da mons. Fares fu mandato a reggere una parrocchia.

La chiesetta ritornò nella disponibilità dell’arciprete don Saverio Bevivino il quale nel 1978 la ristrutturò e nel 1984 fu riconsacrata e aperta al culto e ai fedeli da mons Antonio Cantisani.

Il 18 dicembre 2012 ricorre il primo centenario della sua consacrazione ed è piacevole constatare, malgrado tutto, la rinata e rinnovata fede nel Sacro Cuore di Gesù che sopravvive anche attraverso le opere dell’arciprete don Vincenzo Iezzi, di don Giovanni Giorgio, della comunità parrocchiale e della numerosa e giovane congrega.

Don Vincenzo morì il 1943

Dopo la sua morte la chiesetta del Sacro Cuore conobbe alti e bassi.

Negli anni quaranta l’arciprete don Vincenzo Carretta l’affidò al proprio economo don Vito Rauti e lo incaricò, interinalmente, alla cura di quelle anime e consentì a don Andrea Iozzo di celebrarvi la prima messa della giornata.

Ma non mancarono contrasti e fastidi, tant’è che il 16 novembre del 1945 don Vincenzo Carretta scrisse a don Andrea la lettera che si riporta:

Carissimo don Andrea, certamente, sia come appartenente alla Comuneria, sia come semplice sacerdote presente in una Parrocchia, nei giorni festivi, quando la necessità lo richiede, è d’uopo sottomettersi ad una certa disciplina nella celebrazione della Santa Messa.

Nel caso vostro vi ho fissato l’ora che fa a vostro comodo; ma bisogna fare il piccolo sacrificio di essere puntuale nell’osservanza dell’orario.

Nessuno mai si è sognato di obbligare qualsiasi sacerdote a celebrare o ad osservare un determinato orario quando le condizioni di salute eccezionalmente glielo impediscono. In tal caso basta avvertire tempestivamente.

Non posso, poi, in alcun modo, aderire all’ostracismo di altro sacerdote della chiesa del Sacro Cuore mentre voi celebrate. Nel caso concreto, l’altro sacerdote sarebbe il mio economo curato, don Vito Maria Rauti, il quale è interinalmente incaricato di quella chiesa, con l’esercizio di cura di anime , quindi è obbligato, precisamente nei giorni festivi, ad essere presente in detta chiesa appena aperta per accudire ad ordinari doveri.

Rifletteteci un poco e riconoscerete la sconvenienza di simile proposta.

L’economo certamente supplirà sempre che sarà necessario nella matrice; ma in casi eccezionali e di stretta necessità, ogni sacerdote dovrà fare il suo dovere.

Sarebbe ozioso discutere su altri punti della vostra lettera, semplicemente perché ci troviamo ai due poli opposti, e non riusciremo mai a comprenderci.

Sarebbe più utile se meditassimo un tantino agli obblighi che abbiamo assunto verso Dio, il proprio Vescovo ed il popolo cristiano con la nostra ordinazione sacerdotale.

Vi auguro ogni bene, con saluti cordiali. f/to dev/mo Arciprete V. Carretta.

Il 4 ottobre del 1955 il vescovo mons. Armando Fares eresse la chiesetta a Rettoria e l’affidò ai frati Cappuccini. Primo Rettore fu il reverendo padre Agostino che, in contrasto con l’autorità ecclesiale del tempo, lasciò quasi subito.

Don Saverio in proposito scrisse: 1l 4 ottobre del 1955 S. E. mons Fares la eresse a Rettoria e l’affidò ai Cappuccini […]. La novità non riuscì; ben presto i Cappuccini lasciarono la Rettoria dopo un periodo di spaccatura nei fedeli.

Ma i motivi veri della rinuncia dei Frati Cappuccini non sarebbero stati esattamente quelli riportati da don Saverio!…

Dopo la rinuncia da parte dei Cappuccini e il mancato accoglimento della richiesta di don Giovanni Giorgio, chiaravallese allora giovane prete, la chiesetta fu affidata al cardinalese don Nicolino Treccozzi, che la resse fino a quando, sempre da mons. Fares fu mandato a reggere una parrocchia.

La chiesetta ritornò nella disponibilità dell’arciprete don Saverio Bevivino il quale nel 1978 la ristrutturò e nel 1984 fu riconsacrata e aperta al culto e ai fedeli da mons Antonio Cantisani.

Il 18 dicembre 2012 ricorre il primo centenario della sua consacrazione ed è piacevole constatare, malgrado tutto, la rinata e rinnovata fede nel Sacro Cuore di Gesù che sopravvive anche attraverso le opere dell’arciprete don Vincenzo Iezzi, di don Giovanni Giorgio, della comunità parrocchiale e della numerosa e giovane congrega.

Mario Domenico Gulli’