ECONOMIA E FELICITA’ di Vittorio Bonacci

 

ECONOMIA   E  FELICITA’

di Vittorio Bonacci

Lo “tsunami” della crisi economica  che  in questi primi anni del terzo millennio sta sconvolgendo tutto il mondo globalizzato ha reso familiari,  tra l’altro e grazie ai media, alcuni termini (tutti inglesi) prima sconosciuti al grande pubblico:  spreed, bund, swap, short-selling, rating, default  e tanti altri che appartengono al gergo dell’economia  e  della finanza. Ma questo è solo un aspetto marginale del fenomeno, infatti questa crisi epocale ha fatto affiorare tanti aspetti dell’agire umano che solo apparentemente non hanno attinenza con la branca  dell’economia e della finanza.  

         Qui ci soffermiamo brevemente ad esaminare la relazione tra <economia e felicità>.

         Ci sono due livelli di pensare la felicità: la prima è la dimensione religiosa che sottintende   il rapporto con Dio; c’è poi  un altro livello che implica il rapporto col mondo. Per motivi di spazio, e non solo, fermiamo l’attenzione sul secondo campo di riflessione.

         La ricerca della “felicità”, intesa in generale come condizione stabile di soddisfazione totale, è un tema che ha sempre interessato i pensatori di ogni epoca.  Nell’antichità classica la nozione e la ricerca della felicità  erano  oggetto delle dottrine che si possono ricondurre all’eudemonismo (dal greco: la felicità come fondamento della vita)  che avevano, grosso modo,  una connotazione per lo più ristretta al piacere e all’individuo.

         Nell’epoca moderna, a partire dalla stagione  dell’Illuminismo, la nozione di felicità ha assunto un significato sociale, interessando  anche la dimensione del  pensiero  sociale e politico, oltre che filosofico.

         Già la Costituzione americana  del 1787  include  tra i diritti naturali inalienabili dell’uomo “la ricerca della felicità”, unitamente al “diritto alla vita”  e alla “libertà”.

Oggi il tema della felicità è entrato anche nell’agenda di molti leader politici. In Francia è stata recentemente costituita una commissione di esperti col compito di studiare e “confezionare” il “PIL del benessere”. Nel  comune di Ceregnano, un piccolo centro del Polesine nella provincia di Rovigo, è stato addirittura creato  “l’assessorato alla felicità”. Analoghe iniziative si registrano in varie regioni della nostra Penisola.

         E’  interessante notare  che in questi anni, segnati dalla crisi, oltre agli studiosi di scienze umane ( filosofi, sociologi, antropologi, psicologi), anche  molti  economisti, con saggi e ricerche,   si interessano e ragionano delle conseguenze  emozionali  della crisi  e si chiedono, in particolare, come si può reagire alla crisi economica   e se questa  congiuntura   può influire sulla felicità  umana.

In Italia si occupano della problematica Enrico Giovannini e Leonardo Becchetti, entrambi ordinari di  economia all’Università “Tor Vergata” di Roma, Giovannini è anche presidente dell’ISTAT; Matteo Motterlini, ordinario di filosofia della scienza presso l’UNISIR di Milano; Domenico Secondulfo, ordinario di sociologia generale presso l’Università di Verona.  Antonio Andreoni, ricercatore di economia dello sviluppo presso l’Università di Cambridge in  Inglitterra.

         Questi ed altri  studiosi (anche fuori dell’Italia) sostengono sostanzialmente che una volta  raggiunti i beni essenziali  e  la soddisfazione dei bisogni di base, tutto ciò che si ottiene di più  appare irrilevante  per sentirsi più appagati e più contenti.  Anzi la ricchezza fine e se stessa  procura fobie, causa  comportamenti compulsivi e ansiogeni; l’accumulo di   denaro spesso scatena tempeste emotive: orgoglio, onore, invidia. Tutto questo è agli antipodi  della felicità.

         Bisogna dire che queste  idee  non sono  del tutto nuove e recenti.

         Dopo la grande crisi del 1929 Franklin Roosevelt, presidente americano, affermava: “La felicità non viene … dal possesso dei soldi  ma dal piacere che viene dal raggiungimento di uno scopo”.

         L’economista inglese Arthur Cecil Pigou (1877-1959) con la sua opera  più famosa, L’economia del benessere,  ha dato un forte impulso agli studi sulla relazione tra economia   e felicità.  

 Richard  Easterlin, economista americano, sulla base di ricerche mirate, già nel 1974 affermava che “la ricchezza non produce la felicità”. Lo studioso americano, attualmente  docente di economia presso l’Università Southern in California,  spiega questo singolare assunto con  l’argomentazione che egli chiama  “Paradosso della felicità”: quando il reddito  cresce, la felicità  umana   aumenta  fino  ad  una  certa soglia, poi lo stato di contentezza e di soddisfazione  (appunto la felicità) decresce  progressivamente  seguendo   l’andamento  di   una  <U>    a curva rovesciata  <∩>.

A margine dell’analisi di Easterlin si può aggiungere che il “paradosso” oggi è determinato anche dall’equivoco  che identifica  la “ricchezza”  col “benessere”  o, per usare  l’espressione  di Erik Fromm, di assimilare (e anteporre)  “l’avere”  a  “l’essere”. L’equivoco   evoca anche il mito del Re Mida che trasformava in oro tutto ciò che toccava. Il Re frigio, per il singolare “privilegio” concesso da Dioniso,  scontava  il tremendo contrappasso  della massima ricchezza che diventava  la peggiore povertà.

         Easterlin  arriva alla conclusione che per risolvere il “paradosso”,  occorre aggiungere  alla cifra  dell’abbondanza un’altra categoria di beni e, precisamente, i “beni relazionali”,  detti anche  “beni  non posizionali”: famiglia, amici, salute, cultura.

         Su questa scia  si pongono oggi molti studiosi concordi nel  sostenere che è ormai superata la validità  della vecchia impostazione dei paesi industrializzati, orientata verso  la crescita espressa  unicamente in PIL (Prodotto Interno Lordo). Purtroppo questa visione economicistica domina ancora il panorama (più virtuale che reale) del mondo  occidentale, come testimoniano le “sentenze”  ricorrenti  delle   varie  agenzie  di rating di oltreoceano.

 

         Al di fuori  dei potenti circoli finanziari  aleggia, oggi, una visione culturale condivisa ( è anche speranza) che si può così riassumere:  la  situazione di crisi può e deve essere l’occasione per rivedere  la scala dei valori e dei bisogni, facendo  così riemergere aspetti, vissuti e profili etici che sembravano scomparsi dall’orizzonte della civiltà dei consumi. Nonostante il persistere di numerosi fatti deplorevoli, ci sono segnali  concreti che inducono   a dare senso e consistenza  a criteri di comportamento con segno positivo come onestà, sobrietà, sostenibilità, solidarietà, responsabilità sociale. Sono le  stesse  cose  che echeggiano all’interno dei movimenti spontanei  dello “uno per cento” registrati dalla cronaca in varie parti del mondo occidentale.

Sulla base di queste  considerazioni  possiamo concludere dicendo che   la felicità non può essere   qualcosa che l’individuo decide di procurarsi strumentalmente,  perché essa ha un fondamento relazionale, dinamico e corale.

La felicità sarà sempre, tra gli uomini, una condizione raggiungibile entrando in sintonia con gli altri.  “Non si può essere felici da soli”.[1]

Vittorio Bonacci                                                                          

[1] – Alessandro Morandotti, Minime, 1979

Lascia un Commento