CIAO
Wednesday, December 13, 2017
MADONNA DELLA PIETRA DI CHIARAVALLE CENTRALE
SANT'ANTONIO DA PADOVA
SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
SAN BIAGIO PROTETTORE DI CHIARAVALLE CENTRALE
chiaravallepro.it  : UN PONTE TRA PASSATO E FUTURO

DON PASQUALE STAGLIANÒ di Mario Domenico Gullì

Classificato in/Posted in Personaggi 1, Storie 8 category

 

DON PASQUALE STAGLIANÒ (Patriota)

SPIGOLANDO SU CHIARAVALLE E DINTORNI

di Mario Domenico Gullì

I funerali dell’illustre Don Pasquale Staglianò furono celebrati nel Duomo di Avellino, maestoso e pregiato per l’artistica semplicità architettonica.

In mezzo al tempio sorgeva su di un artistico piedistallo, un ricco catafalco a forma di peristilio corinzio, sormontato da una grande statua che rappresentava la religione.

Al centro c’era il ritratto dell’estinto adornato con ceri, disposti nei grandi candelabri, alternati alle corone di fiori freschi e a piante esotiche.

Davanti al piedistallo era posta l’epigrafe:

PREGATE/ PER L’ANIMA BENEDETTA/ DI/ PASQUALE STAGLIANÒ/ PER INTEGRITA’ DI CARATTERE/ RARISSIMO.

Dietro il piedistallo, e di fronte all’altare maggiore, la scritta:

PER POLITICHE VICENDE/ FRA LE CATENE E I PERICOLI E LE ARMI/ EQUANIME/ ALLA SPOSA ED AI FIGLI INCONSOLABILI/ LASCIÒ INVIDIABILE RETAGGIO/ DI CRISTIANE E CIVILI VIRTÙ.

Rendevano il servizio d’onore gli uscieri del Municipio, le guardie municipali e daziarie in alta uniforme. In prima fila sedevano la moglie, i figli e i parenti dell’estinto.

Erano presenti il Prefetto della Provincia di Avellino, Comm. Plutino; il deputato Achille Vetroni, fratello della moglie di Don Pasquale, il Maggiore dei RR. Carabinieri, Torquato Olivi; le rappresentanze del Municipio, della Prefettura, dell’Intendenza delle Finanze, del Tribunale Civile e Correzionale, del Circolo sociale, delle diverse Società Operaie, del Comizio Agrario, nonché una larga rappresentanza di avvocati del Foro di Avellino ed i personaggi più rappresentativi della cittadinanza.

Facevano corona al catafalco le Figlie della Carità con le alunne del loro Istituto, gli orfanatrofi maschile e femminile, il Padre dell’Ordine del Cappuccini.

La messa fu celebrata dal Vescovo Mons. Francesco Gallo, assistito dal Capitolo, dal Clero e dal seminario.

Monsignor Modestino Ottaviani lesse un forbito discorso, elegante per forma, equilibrato nei giudizi e serio nelle osservazioni.

Descrisse l’ideale che spinse il diciottenne Staglianò a cooperare alla libertà, unità e grandezza della Patria nostra contro i tiranni, dei quali a ne sperimentò il furore subendo la condanna nel capo, in seguito commutata in quella di 25 anni di ferri, perché minorenne; lo ammirò nella famiglia quale sposo affettuoso e padre tenerissimo; lo presentò quale uomo pieno di spirito cristiano senza ipocrisia, dedito a fare il bene ed a porgere sollievo alle umane sventure.

Salutò Pasquale Staglianò anche una folla di popolo di Avellino e dei paesi vicini, accorsa a onorare l’uomo amato e stimato da tutti senza distinzione di classi o di parte.

Ma chi era PASQUALE STAGLIANÒ?

Alla fine del XV sec., i maggiori Stati della penisola italica rappresentavano una facile preda per chiunque avesse voluto assalirli.

L’Italia viveva un vuoto politico, sul quale si appuntavano le mire dei più forti potentati d’oltralpe allettati dalla bellezza e dalla prosperità delle città e dallo splendore delle corti principesche.

La fine dell’ indipendenza italiana era ormai segnata. Il primo colpo fu vibrato nel 1494 da Carlo VIII di Francia che scese in Italia rivendicando, come erede degli Angioini, i suoi diritti sul trono di Napoli.

Ma non erano solo queste le ambizioni che Egli nutriva: voleva anche strappare ai Turchi la Terra Santa, ritogliere loro Costantinopoli, riprendere la politica di espansione sul Mediterraneo, politica questa tradizionale della Monarchia Francese.

Con la spedizione di Carlo VIII si aprì un doloroso capitolo nella storia d’Italia, destinato a chiudersi con la perdita della sua autonomia.

La debolezza d’Italia, poi, destò gli appetiti di altre potenze straniere, quali la Spagna.

Il 1530 segnò il trionfo di Carlo V; il 1530 – 1559 segnò la seconda fase del conflitto Franco-Asburgico concluso con la pace di Chateau – Cambresis a seguito della quale gli spagnoli rimasero padroni di quasi tutta l’Italia compreso il Regno di Napoli e, quindi, della Calabria.

È appunto nel XVI sec. che molte famiglie spagnole “colonizzano la Calabria”. E’ in questo secolo che Y STAGLIANOS (secondo una vulgata non documentata) si sarebbero stabiliti in Chiaravalle, dove ancora oggi possono essere ammirati, in località Madonna e in zone centrali del Paese monumenti dell’archeologia feudale, che testimoniano un passato molto importante per i rappresentanti di questa famiglia.

Lo stemma nobiliare attribuitosi, tradizionalmente antico, presenta un cavallo sfrenato in campo rosso che calpesta i tre gigli d’oro e simboleggia la libertà; un uomo, che brandisce una spada sguainata e cerca di frenare il cavallo, raffigura l’ordine e la forza: una stella splendente sul capo del cavallo è l’emblema della gloria.

Quest’araldica evidenzia anche lo splendore dei natali di Pasquale Staglianò?

Il padre fu Giuseppe e la madre la nobildonna Francesca Paola Francica di Mileto.

Pasquale Staglianò nacque a Chiaravalle il 26 febbraio del 1830 (scrive erroneamente un cronista); invece Pasquale, Giacomo, Antonio nacque il 28 febbraio del 1828 come certifica l’atto di nascita (n. di ordine 5/1828)

Dice poi il cronista, incorrendo ancora in errore, che don Giuseppe, padre di Pasquale, morì all’età di 28 anni, quando, invece, dai documenti anagrafici si evince che l’ultimo dei suoi figli nacque il 28 febbraio del 1828 e Don Giuseppe, che aveva l’età di 31 anni, si recò in comune per dichiarare l’ultimo nato.

Comunque egli morì giovine e lasciò nel dolore la moglie, il parentado e i moltissimi amici.

Da quel momento donna Francesca Paola Francica, donna ardentemente cristiana, (così la presentano le cronache), seguì il proprio figlio sulla via della crescita spirituale prima, e poi su quella della croce.

Nella casa paterna, Pasquale Staglianò visse l’esempio positivo di vita quotidiana, che lo affrancò dall’invidia e dalle folli ambizioni e meravigliò l’ordine, la contezza, la pace ed una bontà che si effondeva sui poveri per rendere meno insopportabile la miseria, ed una fede, la quale trasfusa in lui, non ebbe mai patito alcun mutamento. E in tutte le vicende della vita, mai si cancellò da quell’anima duramente ed in vari modi provata.

Il piccolo Pasquale, orfano di padre, a sette anni (1835) entrò nel collegio di Mileto per iniziare gli studi e, rassegnato al grave colpo di sventura, cominciò a mettere a prova la sentenza del filosofo Diogene: fatti del dolore la strada della virtu’.

Tra le mura ospitali delle scuole di Mileto, egli cresceva come un fiore cui sorridono sempre tiepidi soli e carezzano primaverili aurette.

I professori di quel collegio, vedendolo studioso, sveglio, buono e pio, gli posero un grande amore sempre sperando nel meglio e Pasquale non li deluse: uscì da quel collegio con la capacità di discernere il bene dal male, con una coscienza intemerata, con un cuore incorrotto, capace di sfidare tutti i pericoli e di affrontare le mille battaglie della vita.

Ecco perché, ancor sedicenne, era tenuto in molto credito e reputazione.

Compì con lieti auspici gli studi e riscosse la pubblica lode per merito d’ingegno e di diligenza. La prima fase della sua vita, sino al compimento dell’adolescenza, fu felicemente infiorata ed olezzante del profumo di rare virtù.

Egli era esempio e modello per i suoi coetanei; onesto, sobrio, prudente, giusto, ospitale, senza macchia di cupidigia e di superbia.

Ma sopravvennero nuovi tempi.

Ovunque risuonarono nuove voci: erano voci di amor di Patria, di libertà, di una nuova civiltà fondata sulla giustizia e sul progresso dei popoli.

I Figli della Vedova, nella sacralità dei Templi, indicavano il percorso e la via giusta per liberare l’Italia – l’Alma parens di Virgilio, che appariva allo sguardo degli Eroi serva Italia di dolore ostello (Dante), regina infelice che, perso il diadema, beveva nel calice del dolore anche l’insulto.

La stessa Italia di cui, già nel 1617, Lancellotti di Perugia aveva scritto: Era apparsa una figura rappresentante una donna addolorata e mesta, che toccava con la mano destra la guancia e sulla sinistra poggiava il gomito in atto lacrimevole ed infelice. Ai suoi piedi una corona reale con la scritta: Cadde la corona del mio capo!

Sopra le chiome aveva scritto: Italia io fui.

Poi un terribile drago apriva la bocca, vibrando la trisulca lingua, col detto: Per la discordia dei principi finalmente divorerò!

La pietosa e amara allegoria raffigurava simbolicamente la nostra Patria oppressa e serva di più padroni.

Allora i Figli della Vedova affilarono nell’ombra le spade e giurarono Morte o liberta’!

Così, per vendicare l’oppressione dispotica del bel PAESE, una legione di uomini liberi e di buoni costumi, giurò: morte o libertà. Erano, tra gli altri, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo Poerio, Nicola Schiavoni, Nicola Nisco, Sigismondo Castromediano e, con essi, anche Pasquale Staglianò.

La Calabria ha sempre prodotto uomini illustri nelle armi, nella toga, nelle umane lettere i quali illustrarono e l’antico regno e la nuova Italia ed ebbero larga parte nella rigenerazione nazionale.

Forse queste pagine che hanno lo scopo di far conoscere ai presenti il sacro amor di Patria di un uomo che sacrificò tutto per essa, sono fuor di luogo oggi che tale amore è illanguidito nel cuore di molti, e in altri è completamente spento e sostituito dall’ambizione, dall’egoismo, dalla bramosia del potere, da vergognosi piaceri, da invidie, dalle lotte nei partiti e tra i partiti, dall’irrazionale cupidigia.

Pasquale Staglianò conservò sempre l’amore per la Patria ed esultò ad ogni occasione quando le speranze di libertà e di indipendenza, sopite dopo le infelici campagne di Lombardia, dopo i disastri di Carlo Alberto, dopo i tanti tumulti della Toscana, delle Romagne e di altre regioni d’Italia furono rinverdite dalle riforme e dagli Statuti concessi, dalla guerra santa contro l’Austria e facevano presagire una possibile liberazione del suolo d’Italia.

Il 10 febbraio del 1848 Ferdinando II promulgò lo Statuto con il quale concedeva ai popoli del Regno di Napoli Costituzione e privilegi sociali; coronavano, tali concessioni, i lunghi anni di lotte e di sangue.

L’avvenimento suscitò in tutto il regno sentimenti di patriottismo e fece gridare, anche nelle più sperdute borgate del Regno: Viva la Patria, la liberta’, e l’uguaglianza!

A norma del nuovo Statuto, anche la gente di Calabria fu chiamata alle urne per eleggere i propri rappresentanti da inviare al Parlamento di Napoli.

Furono eletti 27 deputati in rappresentanza di 1.111.325 abitanti. Ma la gioia dei PATRIOTI fu di breve durata. Ben presto il Re ritirò la Costituzione concessa: revocò i diritti giurati al popolo e represse brutalmente i moti di protesta scoppiati a Napoli il 15 maggio del 1848, e successivamente in Calabria e a Messina.

Per il bombardamento di quest’ultima città, Ferdinando II si meritò l’appellativo di Re Bomba.

I rappresentanti del popolo, legittimamente eletti al Parlamento di Napoli, per sfuggire alle persecuzioni della polizia politica borbonica, si rifugiarono ognuno nelle terre natali e, per nulla disposti a cedere, il 15 maggio del 1848 presentarono una vibrata protesta contro il tradimento di Ferdinando II, chiamarono il popolo alla rivolta, formarono un governo provvisorio a Cosenza alla cui presidenza fu chiamato Giuseppe Ricciardi, mentre Benedetto Musolino ricoprì la carica di esperto negli affari di guerra.

Dalle barricate di Napoli, dove si distinse il conterraneo l’avvocato. Francesco De Luca, la rivolta si spostò nelle Calabrie, durò trentatre giorni. dimostrò al mondo con quale entusiasmo e passione i calabresi lottassero per l’indipendenza e servì d’esempio educativo per le nuove generazioni, iniziandole all’idea dell’unificazione nazionale.

I rivoltosi riuscirono a formare un piccolo esercito di due colonne mobili: una fu schierata a Spezzano Albanese (CS) e l’altra, composta da seicento uomini, nella piana di Filadelfia (CZ), al fine di controllare il passo del fiume Angitola.

Ma l’esercito borbonico non stette molto a reagire. Il sei giugno 1848 una squadra navale regia (4 navi a vapore, e tre di trasposto truppa), approdava a Pizzo Calabro e sbarcava una colonna di oltre 2.000 uomini al comando del generale Nunziante che istallava il suo quartiere generale in Montaleone (attuale Vibo Valentia).

La forza regia, che con i rinforzi assommò a 5.000 uomini, attaccò i rivoltosi all’alba del 27 giugno.

Il vero fatto d’armi si ebbe lungo la sponda nord del fiume Angitola dove si affrontarono le forze regie con 450 rivoluzionari al comando di Francesco Stocco che si comportò da eroe ed acuto condottiero.

Le sorti dello scontro, nella prima fase, furono favorevoli ai rivoltosi, che per pura sfortuna non uccisero lo stesso Nunziante; si salvò travestendosi da semplice soldato e nascondendosi in mezzo alla truppa, che lo credette per lungo tempo morto.

In seguito lo stesso Nunziante con i generali Bisaccia e Lanza al comando delle loro truppe più disciplinate e meglio armate, ebbero presto ragione dei rivoltosi. Né valse la resistenza dei Patrioti calabresi, congiunti a quelli siciliani comandati dal Generale Ribotty, a respingere l’impeto della forza regia, contro cui combatterono strenuamente e caddero gloriosi con le armi in pugno e la fede nel cuore, o furono fatti prigionieri.

Pasquale Staglianò, diciottenne, completati con esito positivo gli studi, aveva ottenuto il comando della Guardia Nazionale di Chiaravalle.

Doveva obbedienza al re Borbone in cambio del grado di comandante che gli era stato attribuito.

Ma egli, al contrario, diventò cospiratore e conduttore di uomini armati, che guidò nella sommossa.

Eroe votato all’ideale e alla morte tra i riti segreti delle Logge Massoniche fondate in Calabria dal Jerocades e dai suoi segauaci, aveva giurato di sacrificare la Tirannide sull’altare della libertà.

Per il governo borbonico ciò era delitto di lesa Maestà, degno di atroce pena, che gli fu decretata dalla Real Corte Speciale della Calabria Ulteriore.

Il 6 giugno del 1848, infatti, Pasquale Staglianò fu condannato alla pena del capo, commutata, il 4 agosto del 1852, in 25 anni di ferri perché, quando aveva commesso il delitto di lesa maestà, era ancora minorenne.

Da tale data, ebbe inizio il calvario del detenuto e della madre: i bagni penali di Montesarchio, Montefusco, Procida e Nisida ospitarono, fino al 1860 questo chiaravallese.

La madre, donna Francesca Paola Francica, gli fu sempre vicino. E’ facile immaginare, più che descrivere, le cure incessanti e le sue preghiere in favore del proprio figlio sventurato.

Non risulta se l’animo del prigioniero fosse turbato, o domato dalla sventura; risulta, invece, che fosse quasi felice di viverla e condividerla assieme a Poerio, Castromediani, Nisco, Spaventa, Schiavoni e a tutti gli altri martiri di libertà.

Ci si convince anzi, a sentire le testimonianze, che Pasquale fosse tormentato dal rimorso di aver fatto soffrire la madre ed i parenti tutti, ma soddisfatto per il dovere compiuto in favore della Patria oppressa.

Riebbe la libertà e poté riabbracciare i familiari nel 1860, anno in cui furono aperte le carceri e gli ergastoli per i detenuti politici, che tornarono liberi.

In seguito molti di costoro vennero chiamati dai governi ai pubblici Uffici di cui erano degni per aver lottato e lungamente sofferto.

Ma Don Pasquale Staglianò non era ancora soddisfatto di quanto aveva dato e di quanto aveva sofferto per contribuire a rendere libera ed unita la sua Patria. Ed appena libero, il 2 luglio del 1860, si unì alla legione di Garibaldi, che dalla Sicilia conquistata si muoveva verso Napoli, offrendo ancora alla Patria l’ultima prova del suo sacrificio.

Egli vinse, ma non ebbe disegni ambiziosi né menò vanto delle pene sofferte per la sua Patria; preferì la modestia del silenzio che è la virtù dei grandi. Fu uomo d’azione, operò molto, ma non pretese né ottenne alcunché.

Nè brigò o mercanteggiò mettendo sul piatto della bilancia le pene sofferte per averle compensate con onori, potere, denaro; un mercimonio che andò sempre crescendo in quegli anni e che vide anche molte ingiustizie.

Don Pasquale era soddisfatto del dovere compiuto e, perciò, si tenne in disparte. Non chiese nulla. Accettò, nel 1861 (e perciò si trasferì a Avellino) la nomina di Ricevitore delle Privative che esercitò per 36 anni con tale probità da meritare più volte ampie lodi dal Governo.

Nel 1875 Don Pasquale si unì in matrimonio con donna Elena Vetroni, delle più cospicue famiglie avellinesi, sorella del deputato Achille Vetroni.

Il matrimonio fu allietato dalla nascita di sei figli: Giuseppe, Nazzareno, Adolfo, Bettina, Elvira e Francina che furono il decoro del nome onorato dei coniugi Staglianò-Vetroni.

Nel 1884 Don Pasquale fu eletto nel civico consesso di Avellino nel quale ricopri la carica di assessore anziano.

Quale Amministratore, si considerò padre del popolo che lo aveva eletto, contribuì a tenere in equilibrio la bilancia della giustizia, fu giusto, illuminato e provvido. Fu poi nominato membro del banco di Napoli e, nello stesso tempo, continuò ad esercitare il gravoso Ufficio di Ricevitore delle Privative e a porre al servizio di chi ne aveva bisogno tutto se stesso.

Nello stesso anno della sua elezione nel civico consesso, in Irpinia infuriò l’epidemia colerica che mieteva tante vite.

Egli, dimentico di se stesso, accorreva sereno per aiutare gli infelici, alleviare i dolori, confortare i tribolati e per accogliere, spesso, l’estremo anelito dei morenti.

Non risparmiò né fatiche, né denari per aiutare gli infermi e contribuire ad arrestare i danni del morbo micidiale.

In premio del suo amore per gli altri ebbe da re Umberto la medaglia dell’Ordine della Corona.

Nell’espletamento del suo mandato amministrativo egli fu sagace e solerte tanto da contribuire a conseguire due importanti obiettivi: il pareggio della finanza pubblica e un fondo di più decine di migliaia di lire in eccedenza.

Ma se Pasquale Staglianò fu un uomo pronto all’azione quando si trattava di combattere per servire la Patria, non era però pronto ad immischiarsi nella lotta di parte, cosa questa tanto diversa dalle battaglie combattute per altri più nobili fini.

Si ritirò, perciò, a vita privata perché disgustato dalla vita politica, ma anche perché non glielo consentivano le condizioni malferme di salute.

Durante la sua prigionia, infatti, don Pasquale aveva contratto la malattia che lo travagliò per tutta la vita e che lo condusse alla morte. Morì, per l’appunto, il 20 maggio del 1896. Non si Piange per Il giusto che muore!

Figura nobile di eroe, di uomo, di padre, di cristiano di Lui resterà memoria ben lontana! Egli fu un uomo, che assieme alla schiera di uomini onesti hanno preparato la nostra Italia all’unità ed alla libertà, suggellandola con il martirio e con il sangue.

Appendici

Documentazione storiografica.

 

Atto di nascita n. d’Ordine 98/1819

L’anno 1819 a’ cinque del mese di novembre ad ore 15 avanti di noi Gregorio Staglianò sindaco e Ufficiali dello Stato Civile del Comune di Chiaravalle Provincia di Calabria Ultra Seconda è comparso don Giuseppe Maria Staglianò d’anni 22 di professione proprietario domiciliato in questo Comune strada Granvia ed ha dichiarato che alli due è nato nella sua propria casa da lui dichiarante e da donna Paula Francica, sua moglie legittima, di anni 21, un maschio che ci ha presentato a cui si è dato il nome di Vitaliano, Giovambattista.

La presentazione e dichiarazione si è fatta alla presenza di mastro Giuseppe Sgrò di anni 57 di professione [braccialoro], domiciliato in questo stesso Comune in strada Parapigàdi e di Giuseppe Rauti domiciliato in questo stesso Comune, strada Granvia.

Il presente Atto è stato letto tanto al dichiarante, che ai testimoni, ed indi firmato da noi avendo detto il dichiarante e Testimoni di non sapere scrivere.

Battesimo: Il battesimo è seguito a dì 5 del mese di novembre 1819 nella Parrocchie di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco. Atto di nascita e attestato sono F/ti dal sindaco don Gregorio Staglianò.

Atto di nascita n. d’Ordine 4/1822

L’anno 1822 a’ 22 di gennaio alle ore sedici avanti di noi Gregorio Staglianò sindaco e Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Chiaravalle Distretto di Catanzaro Provincia Calabria Ultra Seconda è comparso don Giuseppe Maria Staglianò d’anni 23 di professione proprietario domiciliato nel sopradetto Comune quale ci ha presentato un maschio secondo che abbiamo oculatamente riconosciuto, ed ha dichiarato che lo stesso è nato da donna Francesca Paula Francica, sua moglie legittima, di anni 22, domiciliata in questo stesso Comune e da lui dichiarante di anni 23 di professione proprietario domiciliato come sopra nel giorno 22 del mese di gennaio dell’anno 1822 nella casa di propria abitazione.

Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare il nome di Gregorio, Giacomo, Giovambattista, Francesco, Paolo, Michelangelo, Pasquale, Giuseppe Staglianò.

Il battesimo è seguito a dì 5 del mese di novembre 1819 nella Parrocchia di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco. Atto di nascita e attestato sono F/ti dal sindaco don Gregorio Staglianò.

Battesimo:

Il battesimo è seguito a dì 22 del mese di gennaio 1822 nella Parrocchia di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco.

Atto di nascita n. d’Ordine 3/1824

L’anno 1824 a’ 20 di gennaio alle ore sedici avanti di noi Domenico Dell’Apa secondo Eletto e Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Chiaravalle Distretto di Catanzaro Provincia Calabria Ultra Seconda è comparso don Giuseppe Maria Staglianò d’anni [30 (?)] di professione proprietario domiciliato in questo anzidetto Comune strada Via Granvia il quale ci ha presentato un maschio secondo che abbiamo oculatamente riconosciuto, ed ha dichiarato che lo stesso è nato da donna Francesca Paula Francica, sua moglie legittima, di anni 26, domiciliata in questo stesso Comune e da lui dichiarante di anni come sopra di professione come sopra domiciliato come sopra nel giorno 18 del mese di gennaio dell’anno 1824 alle ore 14 nella casa di propria abitazione situata nella predetta strada e comune. Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare il nome di Giacomo, Giovambattista, Michelangelo, Giuseppe Staglianò.

Il battesimo è seguito a dì 21 del mese di novembre 1824 nella Parrocchia di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco.

Atto di nascita e attestato non sono F/ti.

Atto di nascita n. d’Ordine 111/1825

L’anno 1825 a’ 18 del mese di dicembre alle ore venti avanti di noi Giuseppe Antonio Raffaelli sindaco e Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Chiaravalle Distretto di Catanzaro Provincia Calabria Ultra Seconda è comparso don Giuseppe Maria Staglianò d’anni [29 (?)] di professione proprietario domiciliato in questo anzidetto Comune strada Via Granvia il quale ci ha presentato una bambina secondo che abbiamo oculatamente riconosciuto, ed ha dichiarato che la stessa è nata da donna Francesca Paula Francica, sua moglie legittima, di anni [29 (?)], domiciliata in questo suddetto Comune e da lui dichiarante di anni come sopra di professione come sopra domiciliato come sopra nel giorno 17 del mese di dicembre dell’anno 1825 alle ore 18 nella casa di propria abitazione situata in detto Comune strada via Granvia. Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare il nome di Rosaria, Teresa, Marianna Staglianò.

Il battesimo è seguito a dì 18 del mese di dicembre 1825 nella Parrocchia di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco.

Atto di nascita e attestato non sono F/ti.

Atto di nascita n. d’Ordine 5/1828

L’anno 1828 a’ 28 del mese di febbraio alle ore 19 avanti di noi Francesco Squillace sindaco e Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Chiaravalle Distretto di Catanzaro Provincia di Calabria Ultra Seconda è comparso don Giuseppe Maria Staglianò d’anni [31(?)] di professione Gentiluomo domiciliato in questo Comune strada Via Granvia il quale ci ha presentato un maschio secondo che abbiamo oculatamente riconosciuto, ed ha dichiarato che lo stesso è nato da donna Francesca Paula Francica, sua moglie, di anni [33(?)], domiciliata in questo suddetto Comune e da lui dichiarante di anni come sopra di professione come sopra domiciliato come sopra nel giorno 25 del mese di febbraio dell’anno 1828 alle ore 21 nella casa di propria abitazione situata in detto Comune strada via Granvia.

Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare al medesimo Pasquale, Giacomo, Antonio Staglianò.

Il battesimo è seguito a dì 28 del mese di febbraio 1828 nella Parrocchia di Santa Maria della Pietra come dall’attestato del Parroco.

Atto di nascita e attestato non sono F/ti.

Da un esame sommario dei documenti si rileva un errore nella certificazione dell’età di don Giuseppe e di donna Francesca Paola Francica.

Considerando come veritiero il primo atto di nascita (ovvero l’atto n. di Ordine 98/1819) don Giuseppe sarebbe nato nell’anno 1797 e donna Francesca nell’anno 1798. Per cui all’atto della dichiarazione della nascita del primo figlio cui fu dato il nome di Vitaliano, Giovambattista, nel 1819 don Giuseppe e donna Francesca avrebbero dovuto avere rispettivamente un’età di 22 e 21 anni.

Nell’anno 1822 avrebbero dovuto aver compiuto o compiere rispettivamente 25 e 24 anni. L’anno 1824 avrebbero dovuto aver compiuto o compiere rispettivamente 27 e 26 anni. L’anno 1825 avrebbero dovuto aver compiuto o compiere rispettivamente 28 e 27 anni.

L’anno 1828 avrebbero dovuto aver compiuto o compiere rispettivamente 31 e 30 anni.

Cosa, invece, si rileva dagli atti in questione?

Nel 1819 si certifica per don Giuseppe l’età di 22 anni e per donna Francesca l’età 21 (come giusto). Nell’anno 1822 si certifica per don Giuseppe l’età di 23 anni e per donna Francesca l’età 22 (invece di 25 e 24). Nell’anno 1824 si certifica per don Giuseppe l’età di 30 anni e per donna Francesca l’età 26 (invece di anni 27 e 26). Nell’anno 1825 si certifica per don Giuseppe l’età di 29 anni e per donna Francesca l’età 29 (invece di 28 e 27). Nell’anno 1828 si certifica per don Giuseppe l’età di 31 anni e per donna Francesca l’età 33 (invece di 31 e 30).

Differenze non da poco, che comunque alterano la veridicità di quegli atti.

Mario Domenico Gullì