L’uomo delle nevi …. U’ Nivaru + L’ACQUAIUOLO + U’ Conzapiatti + L’Umbrellaru

 

U’ Nivaru

 

Circa un secolo e mezzo fa,nel periodo estivo,era necessaria la neve. Serviva,tra l’altro, per rinfrescare bevande,conservare medicinali,fermare emorragie. Ai primi di  dicembre il sindaco concedeva l’appalto per l’infosso ad un Nivaru che si impegnava a garantirne l’approvvigionamento nei mesi più caldi.In genere costui percepiva lire 50 annue per 4 anni consecutivi di  attività e godeva del permesso di smercio,al prezzo fissato di 10 centesimi al Kg.A sua volta era tenuto a pagare una lira per ogni carico dì neve venduta nel territorio comunale e ciò per tutto il  tempo in cui rimaneva della neve nello infosso.Inoltre doveva consegnare almeno due carichi mensili,per le esigenze comunali,da giugno a settembre. Aggiudicatosi l’appalto,u nivaru radunava attorno a sé alcuni familiari;con essi raggiungeva di buon mattino,la montagna verso la  Fossa del Lupo.Quì,in una valletta riparata dal sole,veniva scavata una grande fossa detta anche Nivera o Cunzerva.Le fiancate della nivera venivano ricoperte di frasche e rami che servivano da isolante e anche da sostegno.Approntata la fossa essa veniva riempita presto di neve fresca ben pressata. Così ammassata fino all’orlo della fossa la neve ghiacciava,almeno quella in superficie.Quindi,l’imboccatura veniva ricoperta con paglia asciutta e terriccio il più possibile secco.Si formava così l’infosso che col freddo si manteneva compatto. Ai primi tepori primaverili la fossa veniva scoperta affinchè prendesse aria e fosse poi più facile staccare i blocchi di ghiaccio.  A Giugno,come previsto,si cominciava a staccare i blocchi di ghiaccio e man mano che si staccavano venivano proporzionati per formare i carichi.Ogni carico veniva inserito in un sacco a maglia stretta e legato bene all’imboccatura.Con due sacchi si caricava un asino.Il carico di un asino pesava circa un quintale.Per soddisfare meglio le richieste e snellire il lavoro durante il trasporto in paese,si caricavano più asini.Era così possibile vedere di tre o quattro asini camminare in fila sotto il sole da sembrare cammelli i n pieno deserto.  

Gli spezzoni dì neve ghiacciata,avanzati dalla sistemazione dei carichi più grossi,erano affìdati alle donne.Ognuna ne metteva uno o due in un cestone e se lo issava sulla testa.Quel contenitore,fatto di fasci di legno morbido,col fondo di latta,era rivestito di paglia secca e di sopra ricoperto di foglie di faggio.Giunta in paese si recava in una zona,a  vendere la  neve al minuto.

Quella tipica venditrice di neve attirava l’attenzione col grido: “A’ Nivara,!A nivi! A nivi!”e camminava lentamente per le vie: fermandosi ogni tanto per riposarsi e mostrare il bianco tesoro. Pochissimi,comunque si avvicinavano, per comprare un po’ di quell’invitante refrigerio. Perlopiù i bambini che,con un tornese,moneta da due centesimi  ne ottenevano un pezzettino da spiluccarsi piano piano. I granelli che si formavano al taglio faticoso, del coltellaccio affilato finivano,quasi sempre,  in mano alle loro mamme

 e prima di cadere nella cannata dell’acqua da bere,per un attimo brillavano come piccolissime pietre preziose.Semplice e confortante ricchezza per i poveri.Soltanto qualcuno poteva permettersi due soldi di neve per assaggiare la scirrubetta,cioè una granita di neve col vino cotto dolce.Fin dopo la seconda guerra mondiale,in qualche bar o in qualche negozietto di cibarie era ancora possibile,con pochi spiccioli,godersi un pizzico di frescura.Poi l’avvento delle ghiacciaie e dei frigoriferi,quasi in ogni casa,fece scomparire la meravigliosa emozione di un miracolo del passato:la neve d’estate.

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L’ACQUAIUOLO
acquaioloDa un vocabolario di antica data: “Colui che va vendendo l’acqua o la trasporta a pago”.L’acquaiuolo era, quindi, il venditore girovago di diverse tipologie di acqua da bere, contenute in  damigianelle adagiate in ceste di vimini e trasportate su un carretto di fortuna trainato a mano o con l’aiuto di un paziente somarello. Annunciava la sua presenza gridando:”L’Acquaiuooolu… Cù vole ù vive! Frisca, frisca! Cù vive!”. In genere l’acquisto avveniva direttamente dal balcone: la casalinga di turno, dopo essersi accordata sul prezzo, calava il “panarieddhu” contenente i soldi e la fiaschetta da riempire per chi abitava in alto; nei pressi della porta di casa per chi abitava a piano strada. Il mestiere dell’acquaiuolo, a differenza di quanto potrebbe credersi, non era tipicamente estivo, perchè era connesso all’arsura delle gole;l’acquisto dell’acqua era giornaliero per quanti non avevano una sorgente vicina. La scena , era sempre la stessa. Un asinello affannato, che trascinava a stenti una carretta vecchia piena di damigiane colme d’acqua;qualcuna delle quali con dentro scorze di limone. E quell’uomo stanco e sudato che per pochi spiccioli al litro  girava il paese era più facile incontrarlo soprattutto durante le feste patronali estive: dopo la lunga processione dietro alla statua del Santo portato a spalla dagli uomini più forti o più devoti, non vi era maggior sollievo che bere un bicchiere di fresca acqua e limone offerto dall’acquaiuolo. Quando l’aqcuaiolo  diventava “stanziale”,cioè vendeva il prezioso liquido in un posto fisso,si trasformava in  “Acquafriscaru” anche se il grido pubblicitario era sempre lo stesso:”Acqua Frisca!” Egli lavorava su un banco di marmo ornato da limoni e da grandi boccali pieni d’acqua fresca;pronti per essere granguggiati dai clienti assetati. Legato alla figura dell’acquaiuolo  era anche il detto popolare: “Acquaiuòlu, comm’è l’acqua?”…” Mancu a’ nivi…è frisca e’ ccussì!” utilizzato per sottolineare la retoricità di una richiesta lecita e di una risposta ovvia che qualche volta permetteva di sorbire gratis la fresca bevanda.

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U’ Conzapiatti

Nei tempi passati capitava spesso che pentole,recipienti  da cucina,piatti e brocche  essendo fragili perché fatti di creta cotta,se sottoposti agli urti, si rompessero. In questo caso non venivano gettati via, come accade oggi, ma riparati dal “Conzapiatti”, un artigiano ambulante che per annunciare il suo arrivo in paese e consentire alle massaie di approntare sull’uscio di casa gli oggetti  da riparare, gridava a squarciagola: “U’Conzapiatti!Arrivau ù Conzapiattii!!!” Si accostava in un angolo della strada,su una seggiola, magari gentilmente offerta da una massaia che abitava li vicino,e  raccoglieva le ordinazioni. Poi si metteva pazientemente al lavoro. La prestazione avveniva sotto l’occhio vigile delle donne,proprietarie dei casalinghi, che cercavano di evitare ogni spreco,per non pagare troppo. Terminata la fatica si passava al compenso pattuito in precedenza  e che dipendeva dal numero dei fori eseguiti: generalmente negli anni 30-40 ù Conzapiatti esigeva un soldo per ogni foro;e, considerato che 20 soldi corrispondevano a una lira,dieci fori costavano mezza lira; qualche massaia furbacchiona sicuramente  suggeriva la disposizione a maggior distanza delle forature per avere così meno buchi da pagare. Quei tempi erano duri e non sempre la gente aveva la possibilità di saldare il conto col danaro, sebbene si trattasse di pochi spiccioli. Alcune volte si era costretti a pagare con il baratto: in cambio del lavoro quello strano artigiano ambulante guadagnava spesso roba da mangiare;qualche etto di formaggio,un po’ di fagioli o di ceci,o anche delle verdure. Ottenuto il compenso ù Conzapiatti riprendeva il suo giro nelle vie del paese, segnalando con  rauchi vocalizzi la sua offerta che, il più delle volte,non veniva però tenuta in considerazione,perché per piatto si usava la “limba”,unica per tutta la famiglia,e per contenitore il barile di legno per l’acqua da bere.U’ Conzapiatti vendeva anche piccoli oggetti molto utili alle donne di casa;come, ad esempio, la grattugia o la setarola per la cernita. Questa era una fascia  di legno dolce, larga dieci-dodici centimetri con uno spessore di cinque millimetri le cui estremità erano unite a formare un cerchio del diametro di quaranta centimetri circa. Sul cerchio era steso un velo di seta e, sopra di esso, lungo la circonferenza, un altro cerchio molto più stretto ma aderente al primo, fissava la tela e la teneva tesa. Così si poteva cernere la farina agitando l’utensile.  Tra tutti quegli oggetti, ce n’era uno che però non si vendeva, ma era esso stesso un attrezzo da lavoro che serviva a riparare  appunto quelle povere stoviglie di terra cotta specialmente quelle di uso quotidiano,come piatti,tiane, pignate e vozze. Si trattava,appunto,del trapano di legno. Un trapano tutto particolare, primitivo, adatto  proprio a quello scopo. Era un aggeggio composto da due aste di legno, un filo di spago e una punta d’acciaio, pezzi che, concertati tra loro,in un rapido movimento rotatorio,riuscivano a perforare la terracotta. La prima asta, della lunghezza di cinquanta centimetri circa e del diametro di due centimetri e mezzo, era rotonda e liscia e alle estremità aveva, da una parte, un forellino per lasciar passare comodamente un filo di spago e, dall’altra, aveva innestata una punta d’acciaio atta a forare ruotando. Ma per mettere in azione l’asta con la punta occorreva un’altra asta della stessa dimensione della prima ma di traverso, a mo’ di croce; al centro  era piatta e più larga, con un foro per far passare agevolmente quella verticale. Sotto la metà di quest’ultima c’era montata una palletta di ferro, o una  piccola ruota di pietra,o un pezzo di mattone, purché fosse qualcosa di pesante. Quando tutto era pronto, bastava far girare l’asta verticale e poi, con l’orizzontale, azionare su e giù, su e giù regolando la velocità: il trapano, aiutato dal peso, girava veloce ora in un senso e ora nell’altro e la punta metallica, consumando la creta,  la forava. L’artigiano si metteva a perforare ora su uno ora sull’altro pezzo da unire cercando di fare i buchi il più possibile in corrispondenza tra di loro. Praticati i fori necessari  sulle parti separate dalla rottura,limava le slabbrature e saldava i cocci con  uno strato di cemento di calce bianca,simile a stucco, onde evitare  perdite di sugo o di brodo durante l’uso. Dopo di che lisciava l’acconcio;a questo punto inseriva nei fori corrispondenti del filo di ferro e, avvitandolo incrociato, cuciva le parti;con l’aiuto della tenaglia stringeva  forte i nodi e poi tagliava il ferro in eccesso; restaurando,così,l’oggetto rotto che riacquistava la sua funzione. Sarebbe stato sufficiente lasciarlo per qualche ora ad asciugare e quindi sciacquarlo per bene prima di tornare ad usarlo. Quando il piatto,o un altro tegame era stato “risanato”, si vedevano tanti piccoli segmenti neri quanti erano i “punti”. A prescindere dalla mancanza di estetica, il problema veniva dopo, al momento di lavarlo dopo averci mangiato o cucinato dentro: non essendoci,in genere l’acqua calda, si lavavano le stoviglie con quella fredda e questa, è risaputo, non sgrassa più di tanto; così sotto quei punti di filo di ferro si raccoglieva il grasso  e i residui delle minestre che con il passare del tempo si annerivano e si indurivano; cosa che,molto facilmente, poteva divenire fonte di decomposizione e quindi focolaio di infezioni. Inoltre quei punti di filo di ferro molto presto divenivano preda  della ruggine e non è difficile immaginare il miscuglio fatiscente che lì sotto si annidava. Così finiva che dopo poco tempo gli oggetti restaurati dal Conzapiatti  erano inservibili e venivano irrimediabilmente buttati via e,se era possibile sostituiti con  altri nuovi e più igienici e decenti.

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L’Umbrellaru

Appena si verificavano le prime piogge intense,l’Umbrellaru usciva di casa e si metteva in giro per i paesi in cerca di clienti.  Era un caratteristico artigiano, che riparava, rattoppava gli ombrelli rotti e mutilati di qualche bacchetta oppure con il manico amputato a causa del lungo servizio. L’ombrellaio raramente si vedeva e si sentiva durante tutta la stagione estiva. Al contrario, dall’autunno sino a primavera, era sempre in giro per le strade del paese ad annunciare la sua presenza. Con voce un po’ rauca gridava: “L’umbrellaru! Cù vole l’acchjappasurici!,a’ grattacasci!!! ”. Allora non si buttava via niente: “Stipa serpienti ca diventanu angiddhi”(conserva serpenti che diventano anguille)si diceva: perciò lui doveva mettersi le mani nei capelli e far appello a tutta la sua pazienza,per racimolare qualcosa che gli permettesse di vivere alla giornata.L’ombrellaio viveva,infatti,una vita grama in quanto i suoi datori di lavoro altri non erano, nella maggioranza, che dei poveracci impossibilitati di acquistare un ombrello nuovo e si rivolgevano a lui sperando in un miracolo: che quel paracqua, ormai fuori uso, tutto sgangherato e rotto, potesse diventare ancora sano e resistente ai colpi furiosi della tramontana senza vederselo capovolto.E lui, caparbiamente, quasi addossato ad un muro con accanto la cassetta degli attrezzi del mestiere, ci provava con serietà e impegno, perché, alla fine, da quel rottame potesse uscire un qualcosa che rassomigliasse ad un ombrello capace di proteggere da un previsto acquazzone. Alla fine di una giornata di duro lavoro, dopo aver riparato teli rotti, bacchette spezzate e manici squilibrati quando andava per riscuotere il giusto compenso,non sempre ci riusciva. Chi non aveva la possibilità  di acquistare un nuovo ombrello come poteva pagare chi gli aveva riparato quello vecchio? E lui,comprensivo,stringeva amareggiato le spalle e diceva:” Sarà per un’altra volta…”.Al più si godeva un buon bicchiere di vino offerto dal proprietario dell’ombrello che aveva riparato ricucendo il telo o rafforzando le bacchette col filo di ferro. A sera poi portava sulle spalle e sotto le braccia una caterva di ex ombrelli nereggianti e sgangherati che richiedevano più tempo ed impegno per essere riparati:al punto che,per qualcuno di essi il povero artigiano temeva  addirittura di non avere sufficiente esperienza per riuscire a rimettere su quei rottami quasi inservibili.La sua speranza era quella di riconsegnarli al prossimo giro e di guadagnarsi di che vivere. Come si comprende, addosso non portava soltanto ombrelli rotti, ma andava in giro a vendere altri piccoli oggetti, che nelle famiglie di allora erano molto utili, spesso indispensabili. Tra quegli oggetti non poteva mancare  l’acchjappasurici o tagghjola (trappola per topi). Era l’apparecchio più complicato di tutta la piccola merce che portava con sé.  Consisteva in un tassello di legno lungo trenta centimetri per dieci di lato. Ad uno dei due lati c’erano due o tre fori profondi cinque centimetri per tre di diametro. I fori si trovavano in posizione orizzontale. Dalla parte superiore, in comunicazione con i fori, era innescato un piccolo ordigno a molla il quale veniva teso con dei fili e preparato con alcuni pezzetti di formaggio o di lardo da buttar via, posti all’interno dei buchi, come esca. Non appena il topo, attratto dall’odore del cibo, recideva i fili per raggiungerlo e mangiarlo, la molla d’acciaio, sensibilissima, scattava fulminea e, implacabile, infilzava il malcapitato topastro ad una specie di  grosso ago appuntino sistemato di contro al buco prescelto dall’ignara bestiola affamata. Inoltre vendeva anche la grattugia, cucchiai e forchette di legno e u’ rintrhuocciulu ( probabilmente un arnese simile ad una grossa vite senza fine utile per fare i maccheroni di casa).

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