PROMESSE ELETTORALI DEI POLITICI CHIARAVALLESI DI UNA VOLTA + FALCE MARTELLO E … CAMPANA

 

Nù Desideriu

L’uogghju extrhavergini d’Oliveriu
i ‘ngranaggi unta mì sdirruggia
e a Firru a’ ‘mbratta nommu arruggia…
E resta, a’ Calabria,cù ‘nnù desideriu…
Mu ‘ndavaria unu, ammienzu a tanti
chi è vieru a spingia peppu vace avanti…

 

Traduzione Esplicativa:
L’olio extravergine di Oliverio, cioè le solite manovre fatte passare per
azione raffinata e limpida ,unge gli ingranaggi degli intrallazzi politici
per farli funzionare meglio…Esse avvantaggiano anche la Ferro rendendola
inattaccabile dalle coalizioni minori…Ed intanto la Calabria rimane con un
desiderio che pure questa volta rimarrà non realizzato…di avere almeno un
rappresentante, in mezzo a tanti, che invece ci far finta di sistemare gli
ingranaggi del motore sia deciso e capace di spingerla veramente per farla
ripartire e andare avanti…

 

Promesse Elettorali … nel ‘52

Nel Millenovecentocinquantadue

le liste a Chiaravalle furon due:

Melliti capolista a favore del P.C.

e Pucci che capeggiava la D.C.

Quando si accalorarono i comizi,

volarono promesse e pregiudizi.

E  Pucci disse:” –Io da Pirivoglia

vi farò  fare una strada che convoglia

a Sant’Antonio e passa a Case Incenso…

se darete a me un buon consenso…”

Meliti ribattè :“-Se lo farà veramente,

dalla politica mi ritirerò immantinente.

Non presenterò mai più un’altra lista

e lascerò pure il Partito Comunista!”.

Le due promesse furono elettorali

ma con risultati diversi e  inusuali.

Pucci la strada la fece far davvero…

mentre Meliti modificò il  pensiero:

continuò ad  essere il Capolista

e non lasciò il Partito Comunista…

Promise,perciò,di prendersi la cura

di  sistemar la vecchia fognatura….

Mantenne la promessa ed alla fine…

ebbe,Chiaravalle,le pubbliche latrine!

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Intervista Impossibile … con  uno strano elettore : “Paolotto

Falce,Martello e … Campana

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D:Signor “Paolotto”,qual è il vostro vero nome?

R: Staglianò Francesco. Mi chiamano “Parlotto”,per via di mio padre che si chiamava Paolo… 

D: E come mai vi chiamavano anche “U’ Jordinaru”?

R: Perché per molti anni fui colono degli Staglianò e lavoravo principalmente nelle terre in località Giardino che,nel nostro dialetto, si dice Jordinu…e perciò ero detto “ù Jordinaru…”

D:  Dove e quando siete nato  e dove e quando siete morto ?

R: Sono nato a Chiaravalle Centrale il 29/9/1892 e qui sono morto il 12/1/ 1974 all’età di 82 anni.

D:Siete stato sposato?

R:Si.Mia moglie, era una brava donna;tutta casa,chiesa  e lavoro nei campi.Si chiamava Cortese Maria Caterina fu Giuseppe,ed era soprannominata anche lei “A’ Jordinara” perché aiutava me nei lavori agricoli…Aveva quattro anni meno di me, ma di corporatura  un po’ più robusta…E,non ostante qualche raro,piccolo bisticcio  e qualche  affettuosa canzonatura mi ha voluto sempre bene come pure tutti gli altri, perché, in fondo, ero un uomo buono…ma se mi toccavano certi tasti esplodevo con brevi scatti d’ira…      

D: Avete,quindi,avuto dei figli?

R:Certo;e pure delle figlie:Giuseppe e Paolo i maschi.Chiara,Maria e Rosa le femmine.Maria e Rosa sono morte;gli altri vivono ancora.E tutti sono stati  contadini;alcuni anche dopo sposati.E ho pure avuto molti nipoti.     

D:Si dice che vi siete distinto  come soldato nelle guerre.E’ vero?

R: E si.Specialmente nella prima,dove ho preso parte più attiva.Ero Caporal Maggiore degli Arditi.Ed ero anche stendifilo;nel senso che a quel tempo non c’erano i telefonini cellulari;le comunicazioni avvenivano col radio-telefono che,per funzionare,aveva bisogno di un lungo filo elettrico che permetteva di spostarlo per brevi tratti.Era un impegno pericolosissimo perché ero sempre in prima linea;quasi a diretto contatto col nemico.Portavano la giubba ed i pantaloni da ciclista, il distintivo da militare ardito al braccio sinistro mentre le mostrine sulle spalline ed il fregio sul berretto erano quelli del reggimento di appartenenza.

D: Dunque un carattere forte e coraggioso?

R: Mica tanto…Forse era il coraggio della paura…di morire…Diciamo che di fronte a certe situazioni delicate non mi tiravo indietro….anche se la guerra non mi è mai piaciuta;amavo la pace.  

D: Ed  è così  che vi siete guadagnato un encomio  solenne?

R:Quell’Encomio diceva più o meno diceva così:” A Staglianò  Francesco, per aver dato prova di  perizia ed  arditezza durante un violento attacco del nemico  nel mentre concorreva, con esemplare coraggio, a ricacciare indietro l’avversario, infliggendogli gravi perdite…”.

D:E poi vi hanno anche dato in premio la Medaglia ed il Diploma d’ Onore di Cavaliere  di Vittorio Veneto?

R: Esatto. Anche se con molto ritardo.Mi fu concesso per Decreto del Presidente della Repubblica   Giovanni Leone in data 26 giugno 1971;su proposta del Ministro della difesa Mario Tanassi;col benepacido del Capo del Governo Emilio Colombo e del Generale di Corpo d’Armata Giorgio Liuzzi.Era una Croce di ferro con medaglietta dorata attaccata al nastrino tricolore.

D:Potete raccontare qualche  strano episodio riguardo a quei tempi?

R: Prima mi capitò di dare un bel ceffone ad un mio diretto superiore perché insultava la nostra bella terra,chiamandola “pipina” e “ballerina”; nel senso di amara come il pepe e  sconvolta dai terremoti;come se tutto questo fosse una colpa della nostra gente…Mi feci alcuni giorni di cella di rigore per questo;poi,una volta tornato a casa, un giorno è successo un fatto divertente.Mi trovavo  nei campi;cavalcavo,da solo,sull’asina  che un mio amico mi aveva prestato per qualche ora per poter trasportare più agevolmente alcune cose.Nell’attraversamento di un sentiero stretto e un po’ scosceso caddi  dall’asina facendo ridere i miei cari  che mi stavano dietro.E mia moglie,dopo d’allora,mi prendeva in giro spesso dicendo:”Eroi dà guerra,Cavalieri decoratu po’ valori militari…e pue…catte dà ciuccia!”

 

D: Ma a parte gli scherzi, avevate un bel caratterino,o no?

R:  Certo…e l’ho dimostrato più di una volta soprattutto coi padroni dei terreni dove lavoravo…qualcuno  ha pure tentato di farmi andare per le vie legali…   

D: Forte di queste esperienze,quando avete iniziato ad interessarvi un po’ più attivamente di politica locale?

R: Verso la fine del 1948 dopo che mi ero trasferito,con la famiglia,da una piccola casetta di campagna, alla periferia di Contrada Luca,allora quasi disabitata,in un’atra casa di poco più grande, nel centro storico della Gran  Via, in un vicoletto  cieco della Salita Pasquale Staglianò, al numero 19;abitazione che poco prima avevo comprato  dai coniugi  Macri Vincenzo e Sanzo  Maria Teresa per un centinaio di mila lire;vivendo in paese era più facile stare in contatto con la gente…

D: Per quale partito parteggiavate?

R:Per il Partito Comunista…nella Sezione messa su da poco dal concittadino Francesco Meliti che era diventato Sindaco,presentandosi alle Elezioni comunali con una Lista Civica,”La  Sveglia” che però si ispirava apertamente al P.C.I..;simbolo col quale,in seguito,i si presentarono i candidati della Sinistra.Per molti anni ho avuto anche la tessera.

D:E come mai  avete scelto il Partito comunista?

R:Perché difendeva i diritti dei contadini e degli artigiani…A quei tempi si gridava:” la Terra ai contadini!” come conseguenza della riforma agraria …e c’era la speranza di migliorare le condizioni del popolo basso…Io avevo fatto la scuola elementare e capivo che un cambiamento della situazione nei nostri luoghi era urgente e necessario…

D: Come mai avevate questa convinzione?

R:Perché,in quegli anni, a Chiaravalle Centrale su una popolazione attiva di circa 2500 persone ben 1500 circa lavoravano in oltre 1280 aziende agricole…Si campava seminando pannicolo seccagno e allevando una vacca o un vitello…Le colture erano ridotte all’osso dai terreni malarici e i prodotti erano attaccati dalla filossera, o dalla mosca olearia…I padroni se ne approfittavano e garantivano  solo una paga da fame…

D:Ma non  ci si poteva unire per affrontare meglio i disagi?

R: No perché mancava lo spirito organizzativo e l’emigrazione decimava la popolazione;anzi si moriva tentando di andare all’estero come accadde al nostro concittadino Francesco Catricalà che perì neltentativo di valicare le alpi clandestinamente.Più tardi anch’io volevo emigrare,magari in America; avevo i documenti quasi pronti e stavo per partire;ma poi ci rinunciai per stare con la famiglia e continuare  la lotta per  lo sviluppo sociale del paese.

D:Potete,narrarci qualche aneddoto?

R:Forse è stato negli anni ottanta del secolo scorso che,per un equivoco sulla tendenza dei partiti più piccoli che si aggregavano ai più grossi favoriti  anche dalla proporzionale,mi ritrovai,senza volerlo,firmatario per la lista del Partito Socialista Democratico.Appena mi resi conto di come stavano le cose,corsi subito dal responsabile e mi feci cancellare.Non volevo tradire il mio partito.Un’altra volta capitò che,essendo già io in avanzata età, entrai in cabina per votare;casualmente si ruppe la punta dell’apposito lapis.Io pur di esprimere a pieno il mio voto presi dal taschino della giacca la mia penna e feci un bel segno di croce sul simbolo del P.C.I. Tornato a casa,un mio nipote che era vice presidente di seggio,saputo il fatto mi fece capire che il mio voto era nullo perché il tratto di penna  era considerato un evidente segno distintivo. Soffrii non poco per quel voto;perchè sarebbe stato uno di meno per il Partito della falce e martello;a quei tempi per un voto si facevano follie.

D:A proposito…si dice  pure che eravate un buon cattolico praticante.Allora non era una follia?

R:Eccome,se lo era!Un cattolico che votava per il P.C.I. rischiava la scomunica!Ma io andavo sempre in chiesa, ad assistere alla Santa Messa.;specialmente di domenica e le altre feste comandate.Spesso capitava che la sera,quand’era buon tempo, prima andavo in Sezione a confidare i miei dubbi sull’attività sociale al  Compagno Meliti e poi  andavo in Chiesa Matrice a confessare i miei peccati all’Arciprete Bevivino e gli capitava pure di dirmi:”Un’altra volta…Quali peccati tanto gravi puoi aver fatto tu,Francesco?”.Ero infatti convinto che,in questo mondo comandava Meliti;

nell’altro,comandava il Padreterno!Perciò eccomi ai funerali degli amici,eccomi alle processioni;e,da buon cristiano,mi dicevo le preghiere  e leggevo il libretto delle Massime Eterne .

D:E col Partito?

R:Oltre che a partecipare alle riunioni in sezione,partecipavo ai comizi e ad altre manifestazioni pubbliche come nel giorno dei caduti in guerra quando,con la medaglia appuntata sul petto,sfilavo fino al Cimitero dove il sindaco faceva il Discorso.Inoltre parlando in privato con le persone cercavo di convincerle che la Falce ed  il Martello del Partito Comunista erano meglio della Croce della Democrazia Cristiana perché di croci già ce ne avevamo addosso abbastanza;e che la croce di Gesù Cristo era tutta un’altra cosa:non c’entrava niente con la politica!I due stemmi si vedevano anche dipinti sui muri delle case.Quello della D.C. lo guardavo poco,logicamente.

D: Cosa vi piacerebbe che si facesse per il vostro paese?

R:Che si valorizzassero di più le contrade periferiche…come Luca, Spirito Santo,Litroma,ecc.

E che la Chiesa della Foresta diventasse un Santuario come quello di Torre di Ruggiero…

D: Insomma,in pratica,Falce Martello e…Campana?

R: Proprio così!La falce ed il martello,richiamano il lavoro;la campana richiama  la preghiera.

La falce ed il martello non m’interessano più.Ora io devo ritirarmi a pregare.Perciò…Addio!
.
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A Scheda in Quattrhu…
N’ anziana ‘ncià gabbina s’imbuttau…
mu vota, all’ammucciuni, e si mpacciau…
U’ presidenti dò seggiu s’imbicinau
e ddè fhore da garitta ‘ncì parrau:
“-Pè fhavore, movitivi, cummare…
ca ‘nce gienti c’ancora a’ de votare…”
“-Nescire, mò non puozzu, pecchì…
aspiettu ù trasanu l’atrhi trhì…”
“-Cuomu l’atrhi trhì, suli si vota…
U’ votu è senza uocchj a’ rrota…”
“- Mu disse ù scrutatori, s’on ‘zzà nega…
Ca a’ scheda ‘n’quattrhu a’ mu si piega!
Fhice a cruci com’ò pane chi ss’impurna…
va’ piegu ammuzzu e a jettu ‘ntrhà l’urna…”
Nesciu e a’ ‘zziccau,‘ncazzata e ‘mpettita…
E pue Ju o bancu e cunzignau a’ matita…
E disse unu o’ rappresentanti e’ lista…
“- U’ vidi? A’ realtà da Calabria e’ cchista:
Si ancora mancu ‘ncì riuscimu,
a scheda a’ modu giustu mu piegamu…
penza tu si capiscire mò potimu
cu è a perzuna adatta mù votamu…
Nà parte e’ curpa l’ave puru à scola…
Parra e’ guerri e dè rivoluzion…
‘nte cosicedda dà costituzioni…
ma, e’ cuomu si vota, mancu nà parola…
Forzi pecchì, s’itruzzioni non cumbene
E daccussì, cuomu vace e cuomu vene…
a parte a’ ‘nduja e i sardi salati…
pe tuttu ù riestu simu ruvinati!”

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Traduzione Esplicativa: La scheda in quattro…/Un’anziana donna si introdusse
nella cabina per votare e si attardò. Allora, il presidente del seggio si
avvicinò e dall’esterno le parlò dicendole:”- Comare, per favore,
spicciatevi, perché ancora c’è tanta gente che deve votare…”E quella
rispose:”-Adesso non posso uscire perché sto aspettando gli altri tre…”“-Come
sarebbe a dire gli altri tre…si vota da soli…il voto è segreto non ci possono
essere altri occhi che spiano posti a ruota…”,,,,”-Ma me lo ha detto lo
scrutatore, domandateglielo, se non se lo rimangia, che…la scheda deve
essere piegata in quattro! Ho fatto un segno di croce come si fa sul pane
quando s’inforna…ma ora ve la piego come capita e poi la inserisco
nell’urna!” E uscì, la depositò incavolata ed orgogliosa, poi andò al banco
e consegnò la matita…E disse un signore ad un rappresentante di lista:“-Lo
vedi? La realtà della Calabria è questa: se ancora non riusciamo nemmeno a
piegare una scheda nel modo giusto, pensa tu se siamo in grado in questo
momento di capire chi è veramente la persona giusta da votare…Una parte della
colpa è anche della scuola…che parla di guerre e di rivoluzioni antiche…dice
qualcosina sulla costituzione, ma su come sono organizzate le votazioni
nemmeno una parola…Forse perché un’istruzione adeguata sull’argomento non
conviene…E così, considerato come le cose vanno e vengono sempre allo stesso
modo…a parte la ‘nduja e le sarde salate per cui noi calabresi siamo noti ed
apprezzati, per tutto il resto siamo ormai giunti alla rovina…

Peppe

 

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