SCUOLA E QUESTIONE MERIDIONALE di Vittorio Bonacci

  

SCUOLA E QUESTIONE MERIDIONALE

di Vittorio Bonacci

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A smontare la “scatola cinese” meridionale ci si accorge della complessità dei problemi vecchi e nuovi che si riassumono nella classica espressione di “Questione meridionale”
Oggi sembra pacificamente acquisito che la crisi del Mezzogiorno tocca trasversalmente tutti gli aspetti della vita sociale civile. D’altra parte la questione meridionale è sempre stata la costante, nascosta o palese, di tutte le crisi del nostro Paese, essendone di volta in volta effetto o causa o l’uno e l’altra insieme. Tutto ciò è testimoniato dalla cospicua letteratura meridionalista cui hanno contribuito vari intellettuali come Genovesi, Nitti, Dorso, Fortunato, Salvemini, Villari, Sturzo, per citare i più noti ed impegnati.

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Gramsci vedeva il Mezzogiorno come “una grande disgregazione sociale”(Gramsci). Se oggi dicessimo che la società meridionale è rimasta immutata saremmo dei falsi testimoni. Tuttavia il Sud ancora , per molti aspetti, si presenta come un tessuto sfilacciato.

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GRAMSCI   

 


Se vogliamo tentare di ricondurre a sintesi i diversi e complessi problemi che interessano il Sud si può dire che il problema nodale, che si carica di tutti gli altri aspetti di crisi, consiste nel drammatico divario Nord-Sud. Si può anche discutere, secondo differenti punti di vista, se prevale l’aspetto economico rispetto a quello sociale o politico.
De Gasperi, verso la metà del secolo scorso, ripeteva spesso: “L’Italia deve aggrapparsi all’Europa per non scivolare in Africa”.

     

 

 

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 L’ingresso dell’Italia in Europa è avvenuto, ma perché l’obiettivo degasperiano diventi interamente compiuto è necessario che l’Italia “resti tutta in Europa”. Il passaggio ancora da compiere riguarda il riequilibrio nel rapporto tra Nord e Sud della Penisola. Giustino Fortunato, grande meridionalista, affermava: “L’Italia sarà ciò che il Mezzogiorno sarà”. E l’Italia, senza il Sud forte organizzato e risanato, rischia di diventare il “Sud dell’Europa”.

 

 

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Dopo le grandi speranze degli anni sessanta, la crisi nazionale sta accumulando nel Sud tutta una serie di problemi che fanno lievitare un pericolosa carica di delusioni e di rabbia. D’altra parte la valvola dell’emigrazione non funziona più, quella della politica assistenziale rischia anch’essa di chiudersi per la necessità di ridurre il disavanzo pubblico e intanto cresce in modo allarmante la disoccupazione, quella giovanile in particolare.

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DE GASPARI

 

 

L’aspetto più preoccupante è proprio la disoccupazione le cui conseguenze più evidenti sono i crescenti episodi di delinquenza organizzata 

 

 

STURZO  

 

Bisogna aggiungere che i rapporti sociali sono caratterizzati e condizionati da un inveterato sistema politico clientelare che blocca il processo di integrazione sociale e produce contemporaneamente un diffuso atteggiamento di disaffezione politica.
In effetti nel Mezzogiorno si è determinata la perdita della centralità del sistema politico – scaduto a sistema clientelare – con la contestuale acquisizione di centralità da parte del sistema della criminalità organizzata.

La carenza dei quadri culturali, anche per la continua fuga dei giovani, porta al pericolo di una generalizzata massificazione. “Come una bottiglia vuota, il Mezzogiorno rischia di riempirsi di un liquido che non è il suo. (V. Fiore).

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L’immagine del Sud, costruita dai mass media, è un’immagine semplificata e univoca che fa giustizia sommaria delle notevoli differenze e delle grandi potenzialità presenti nel Mezzogiorno. Sulla stampa si coglie un malcelato compiacimento retorico in occasione di fatti malavitosi che sono più effetto che causa della crisi morale sociale ed economica. Tutto ciò contribuisce a riproporre le ipotesi separatiste propugnate dal movimento leghista, basate sul pregiudizio ideologico di matrice positivista.
La rinascita meridionale può attuarsi se il Sud saprà ricostruire la sua identità culturale e saprà ritrovare la sua originalità. Questo processo per innescarsi ha bisogno del contributo sinergico e integrato di tutte le componenti formative, economiche e politiche dell’intero Paese.
Bisogna fare presto. In questi ultimi anni si è verificato un cambiamento di fondo nella psicologia delle popolazioni meridionali che non sono più disposte a stare sull’uscio della storia. Il giornalista americano Erbert Kully ha scritto recentemente che “Il meridionale oggi è impaziente. Ha visto che cambiare è possibile e vuole che questo cambiamento avvenga nel corso della sua vita. Nono sopporta che i suoi figli vivano senza speranza”.
Il sistema formativo come si pone in questo scenario socio-economico sommariamente tratteggiato ?

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E’ superfluo ricordare che il grado di civiltà di una nazione o di una regione si misura principalmente dalla cultura di base dei cittadini.
Peraltro i più grandi meridionalisti hanno sempre incluso l’azione integrata della scuola tra quelle che possono concorrere per la soluzione dei problemi del Sud. Se questo è vero, lo sviluppo del mezzogiorno va affrontato anche e forse prima sul piano culturale. Qui entra in gioco la scuola che per dare questo contributo determinante deve integrarsi col territorio interpretandone i bisogni e le esigenze.
La scuola meridionale risente delle condizioni socio-politiche ed economiche del macrosistema in cui è inserita. Ma il divario tra Nord e Sud a livello scolastico è più accentuato rispetto agli altri aspetti dell’organizzazione sociale. Ciò anche a causa dell’isolamento culturale del Sud rispetto al Centro-Nord: la quasi totalità delle agenzie formative dell’extrascuola è concentrata infatti nell’Italia centro-settentrionale. Senza parlare delle enormi carenze strutturali da ricondurre, in gran parte, alla scarsa attenzione degli enti locali verso il settore scolastico. Ciò incide negativamente sul diritto allo studio.
L’isolamento non giova alla scuola e alle sue specifiche finalità perché solo attraverso un atteggiamento di ampia portata e di consapevole coinvolgimento si stimola un fecondo rapporto in cui “fare ricerca” è anche “fare società” oltre che “fare cultura”.

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Interventi mirati si impongono con urgenza per colmare il vuoto dell’isolamento e per rendere partecipe il Meridione dei processi di rinnovamento in atto. Tra l’altro lo sviluppo, in tutte le sue declinazioni, rappresenta il migliore deterrente rispetto al fenomeno della criminalità organizzata che affligge queste contrade.
Un sistema formativo efficiente ed efficace qualifica e rinvigorisce la sua azione e, contemporaneamente, aiuta le nuove generazioni ad assumere un ruolo centrale e protagonista del proprio destino e della propria storia, scrollandosi così della sensazione frustrante di essere semplici fruitori di servizi e succubi delle decisioni altrui.
La scuola ha il compito di svegliare le coscienze.

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Appropriandosi della funzione anticipatrice e promotrice di cultura, il sistema formativo coglie e gestisce il fatto educativo nella sua complessità e in direzione dello sviluppo.

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Per assolvere efficacemente questo compito la scuola deve restare dentro il panorama degli interventi riferiti all’intera situazione di crisi del Meridione.
Se il mondo della scuola dovesse restare fuori dal contesto generale della trasformazione e dello sviluppo socioeconomico del Mezzogiorno e dell’intero Paese, è possibile – come dice un grande meridionalista – “Vedere i nostri figli insegnare ai nostri nipoti come si impreca sulle miserie del Sud”.

 

Vittorio Bonacci

      

 

 

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