UNITA’ D’ITALIA : IL BRIGANTAGGIO POST UNITARIO di Mario Domenico Gulli’

Il brigantaggio post unitario
di Mario Domenico Gulli’

Nel periodo post unitario si scontrarono e, nello stesso tempo, si incontrarono due realtà, il Meridione e il Settentrione, che per secoli si erano ignorate, senza che vi fossero elementi validi e capaci di coagularle. Due mondi diversissimi tra loro per lingua, cultura, storia, tradizioni, strutture economiche, rapporti sociali.
L’Italia del 1861 presentava un quadro economico, sociolinguistico e culturale molto complesso: i venticinque milioni di abitanti comunicavano tra loro con più di 600 italofoni e la percentuale nazionale degli analfabeti era del 74,7% con punte, in Calabria, che arrivavano al 90%.
La ricchezza era mal distribuita: la situazione agraria vedeva pochi in possesso di molte terre, comprese quelle del demanio, mentre i contadini e i braccianti agricoli avevano beneficiato poco o nulla del nuovo ordinamento politico.
La speranza di ottenere qualcosa dall’opera riformatrice di Garibaldi risultò disattesa. Le terre rimasero saldamente nelle mani di chi le aveva possedute e, contro questa classe di privilegiati, ieri protetta dai Borboni, e ora dai Savoia, Garibaldi nulla fece o poté fare. Scoppiarono delle rivolte e le classi infime che protestarono furono accusate di brigantaggio, un fenomeno sociale da analizzare, ma che intanto bisognava reprimere.
L’ampiezza del fenomeno è documentata dall’impressionante cifra dei morti, dai processi sommari, dalle fucilazioni. Le perdite sofferte dai “briganti,” tra il maggio 1861 e il febbraio 1863, furono oltre 2500, gli arrestati 2800, i feriti gravi oltre 7000. “La legge Pica sospendeva le libertà costituzionali nelle province infestate dai briganti con l’istituzione dei tribunali speciali e delle giunte provinciali di pubblica sicurezza. In definitiva, l’esigenza immediata che esprimeva il resoconto dell’inchiesta è soprattutto quella di legalizzare e inasprire la repressione già in atto. La Marmora ebbe a dichiarare: dal mese di marzo del 1861 al febbraio del 1863 abbiamo ucciso o fucilato 7151 briganti”.      

       

  

Annotazioni dei sindaci sul brigantaggio

Lo strascico degli avvenimenti del brigantaggio fu puntualmente annotato da alcuni sindaci della zona.
Il Sindaco di Torre di Ruggiero, Martelli, annotò i movimenti delle bande prezzolate dai Borboni. Segnalò il passaggio di Papasodero con i pedacesi, in numero di 400, che furono rifocillati e riforniti di viveri e biada per i cavalli. Egli segnalò anche il passaggio di 46 briganti provenienti da Chiaravalle che vollero pane, formaggio, vino; quindi, il passaggio dei briganti di San Vito che dovevano unirsi a Papasodero a Serra: anch’essi furono rifocillati e riforniti. Accanto a quello dei briganti, il sindaco segnalò anche il passaggio di 205 uomini della Guardia Civica di Chiaravalle, Gagliato, Argusto, Petrizzi, e Cardinale i quali furono riforniti di pane, vino, formaggio e carne. Al comandante Lentini della Guardia Nazionale di Chiaravalle, il Martelli inviò, dietro sua richiesta, 14 ducati.
Il sindaco di Chiaravalle segnalò nelle sue note alcuni fatti collegati al brigantaggio post risorgimentale, fatti che si erano verificati nel territorio da lui amministrato negli anni 1863-1865.
Dalle scarne notizie trasmesse, egli evidenziò che la presenza della Guardia Nazionale nel territorio avesse dissuaso i briganti a compiere operazioni delittuose in questo territorio, in quanto subito perseguiti e braccati.
La Guardia Nazionale aveva ordine tassativo di compiere continue perlustrazioni per la prevenzione delle azioni delittuose delle bande di fuorilegge che infestavano i territori circostanti. Le perlustrazioni erano disposte soprattutto per quelle zone e contrade più sospette, dove si segnalava il passaggio del brigante Pietro Bianco, che in Vallelonga e Monterosso, aveva “reso un eccidio di animali pecorini di proprietà di Don Vincenzo (Martelli ?) di Torre, di bovini di proprietà di Don Ercole Massara di Monterosso e di vaccini di proprietà del Marchese Gagliardi, senatore del Regno”. Le perlustrazioni servivano, altresì, per consentire al tesoriere del mandamento di poter fare il suo mestiere e pagare puntualmente i conti dei comuni senza giustificare i ritardi con la scusa che “le strade sono insicure per la presenza di briganti”.
Numerose, poi, risultano le richieste di armi e di rinforzi per prevenire le azioni dei briganti, ciò in contraddizione con quanto veniva comunicato al Giudice del locale Tribunale che “non vi sono né tampoco furono nel passato briganti, ma solo posso assicurarLe che due mesi fu un certo di nome Francesco Maida portato dalle carceri di Cosenza del quale non si conosce nulla.”
In data 2 aprile 1865 la Guardia Nazionale di Chiaravalle “è riuscita di mettere negli arresti alla distanza di quattro, cinque chilometri di questo abitato due individui quali dicesi appartenere al comune di Torre di questo medesimo Mandamento. Gli stessi van nomati uno Lombardo Nicola di padre ignoto e l’altro Gagliardi Vincenzo di Giuseppe.” I due facevano parte di una piccola comitiva di “scorridori di campagna. Il terzo componente giorni dietro è stato ucciso da una Guardia Nazionale di Argusto nel territorio di Vallelonga […].”
     

Nel maggio del 1864 venne segnalata una nuova scorreria di briganti, forse un tentativo di estorsione o di rapina, ai danni del signor don Giovanbattista Staglianò, congiunto del sindaco. Poco tempo dopo, contro la stessa famiglia, fu perpetrato dai briganti, il rapimento di un loro congiunto al quale, come si dirà in seguito, fu mozzato un orecchio per ottenere un buon riscatto.
Il sindaco informava dell’accaduto il prefetto per mezzo di una lettera datata 20 maggio 1864: “Il 18 corrente ad un’ora di notte circa, si presentavano nella casina di sua proprietà sita distante dell’abitato di un chilometro circa una banda di circa 25 individui armati nella ‘magior’ (sic) parte con fucili a due colpi. Si presentarono ad un servo che nella casina pernottava, e l’obbligavano di condurli ad una vicina casetta nella quale dimorava un tale Domenico Macrì fu Antonio ed imposero a costui di portare un biglietto al “surripetuto” Staglianò col quale domandavano danaro, viveri ed altri oggetti. Non si mancò di riunire immantinente uno equo numero di militi quali uniti all’arma dei Reali Carabinieri e si appostavano nel luogo ove gli stessi briganti avean designato e stabilito al servo dello Staglianò che gli portasse la somma e la ‘robba’ che gli avean chiesto, a cui avean dato dei segni di convenzione, ma perché costui si è dinegato anche sotto l’impero della forza di andare nel luogo designato e nell’ora stabilita e fare quei segni che avean convenzionato, riusciva perciò infruttuosa l’impostata e la spedizione che da noi venne organizzata.”
La lettera concludeva proponendo l’arresto del Macrì al fine di consentire al magistrato di sapere tutta la verità sui fatti.
 
   

 
     

Il “brigante” Calenda    In quegli anni si inserirono anche le azioni delittuose di un altro personaggio, nato e vissuto in Rione Cona. Si tratta di Giuseppe Garieri, alias “Calenda”. Egli cominciò ben presto a delinquere. A quanto si raccontava, sarebbe stato un signore locale la causa dell’inizio del suo operato. In proposito si narravano due versioni: una accreditava che il sindaco, volendo esonerare dal servizio militare un suo servitore, avrebbe voluto sostituirlo con il Garieri.
Per tale motivo egli si sarebbe dato alla macchia vendicandosi subito contro i suoi presunti persecutori, uccidendo armenti e bruciando cascine e boschi di loro proprietà. Ricercato per tali delitti e per altri ancora che commetteva ogni giorno per sopravvivere, stanco di quella vita, decise di costituirsi. Arrestato, fu processato e condannato a 25 anni di galera.
Anche allora c’erano i pentiti e Calenda, dichiaratosi tale, fu scarcerato (ufficialmente risultava evaso); in apparenza ebbe inizio il periodo di collaborazione con le autorità, senza mai però smettere di delinquere. Organizzò un proprio gruppo, che comprendeva anche il cognato detto Pifano; cominciò a peregrinare per i monti in cerca di briganti. Sulle montagne la banda del Calenda trovò un povero diavolo di nome Lupis, che avendo sottratto una piccola somma di denaro al distributore del sale di Soverato, per non finire in carcere, latitava, ma non era un brigante.
La brigata del Calenda lo uccise, si impossessò dei pochi soldi che aveva con sé e lo portò poi a Chiaravalle quale segno della collaborazione con le autorità. Ma questo delitto, che non aveva nulla a che vedere con il brigantaggio, convinse il giudice che aveva liberato il Calenda, che egli era un soggetto da rinchiudere nelle patrie galere; fu, pertanto, nuovamente arrestato e portato nelle carceri di Pizzo.
Durante quella detenzione uccise un suo compagno di cella, che lo aveva schernito per la sua bassa statura e che nel corso della zuffa avrebbe tentato di trafiggerlo con un coltellaccio. Nei suoi brevi periodi di libertà, il Calenda era solito raccontare agli amici di Rione Cona, dove era nato ed abitava, un altro episodio delittuoso: “Ci presentammo, in numero di 15, vestiti da gendarmi, ad un Signore del crotonese al quale prospettammo il pericolo imminente per un probabile attacco dei briganti e gli chiedemmo il concorso del maggior numero dei suoi servi, che collocammo in posti lontani. Quando fu solo e si rese conto della sua situazione, dovette arrendersi alle nostre richieste”.
  
 

        

      


Allo stesso Calenda si attribuiva il ferimento, per futili motivi, di un macellaio di Cona e l’uccisione di due naturali di Chiaravalle che, volendo emigrare clandestinamente in America, si erano fidati delle sue promesse per raggiungerla con lui. Partirono assieme, ma in America arrivò solo il Calenda. Dei due poveretti non si seppe più nulla. Solo dopo lungo tempo furono rinvenuti due cadaveri disfatti ed irriconoscibili.
In America cominciò a fare il camorrista, commise dei delitti e, per tale motivo, fu estradato in Italia e, nel 1910, fu processato e condannato a una lunga pena detentiva. La morte lo colse nel carcere di Turi nel 1930.
Qualche altro rappresentante della famiglia dominante raccontava una versione diversa della storia di Calenda. Diceva costui che i due fratelli Giovan Battista e Vitaliano, avevano alle loro dipendenze, come pastore, il padre di Calenda. Perciò il piccolo Giuseppe frequentava la casa dei padroni dove aveva imparato a leggere e a scrivere.
Tra gli altri, Don Vitaliano aveva un figlio, anche lui di nome Giuseppe, che cresceva prepotente e licenzioso tanto da pretendere che il Calenda gli cedesse la ragazza cui si era già promesso. Il rifiuto provocò la reazione violenta del padroncino, che fustigò il ragazzo. Per tale motivo Calenda si allontanò dalla casa del padrone e da quella paterna con l’intento di vendicarsi del torto subito.
Un giorno il “signorino” Giuseppe, incurante dei pericoli che correva per la presenza nel territorio di alcuni briganti, che giorni prima avevano tentato una azione delittuosa ai danni dello zio Giovan Battista nel suo casino di Madonna, ed incurante anche delle promesse di vendetta del Calenda, accompagnò un proprio garzone alla fiera per vendere dei vaccini.
Nei pressi di Amaroni don Giuseppe venne catturato dai briganti appartenenti alla banda di Domenico Mazzotta e Francesco Casalinuovo di Filadelfia. Pervennero le richieste di riscatto e, quando il denaro tardò ad arrivare, all’ostaggio fu mozzato un orecchio poi recapitato ai genitori con l’ingiunzione di pagare subito, altrimenti avrebbero fatto trovare il cadavere del loro figlio. L’angoscia fu tanta: per soddisfare le richieste dei banditi, i genitori alienarono le proprietà che donna Mattea aveva a Pizzo, a Filadelfia, a Mongiana; cedettero anche parte di quelle possedute da don Vitaliano a Chiaravalle; il denaro ricavato fu consegnato agli emissari dei briganti. Ma pare che il loro appetito fosse insaziabile perché chiesero sempre nuove somme.
Già in preda al timore di perdere il loro figliolo, i coniugi Staglianò ricorsero ad un’ultima speranza. Donna Mattea si rammentò della cassa che le aveva regalato la madre prima del matrimonio raccomandandole di aprirla e di utilizzarne il contenuto solo in caso di bisogno. L’aprì e in essa vi trovò solo delle matasse di seta. Delusa e sconsolata stava per richiuderla, quando, da una di quelle matasse trattata in modo maldestro per la foga della rabbia, vennero fuori dei ducati d’oro che servirono a pagare l’ulteriore richiesta dei banditi.
Ma probabilmente avrebbero dovuto far fronte ad altre richieste se non fosse venuto in aiuto un membro della banda. In tempi lontani questi aveva lavorato per la famiglia Staglianò. Non conosceva don Giuseppe, ma era memore dei favori ricevuti dalla famiglia e, spontaneamente, rischiando la vita, aiutò il giovine a fuggire; assieme raggiunsero Chiaravalle e la casa paterna di don Giuseppe. Da quel giorno, protetto, il bandito pentito visse e lavorò per questa famiglia.
Non è stato mai provato un coinvolgimento del Calenda nel rapimento di don Giuseppe; ma non pare azzardato affermare che egli abbia dato il suo apporto logistico alla banda, fornendo forse informazioni sulla consistenza economica della famiglia e sulle attività quotidiane della stessa. Come d’altro canto non potrebbe essere escluso un suo intervento per la liberazione dell’ostaggio.
E’ strano, però, che dalla corrispondenza del Sindaco dell’epoca diretta al Prefetto, del Garieri (alias Calenda) si riscontri solo una notizia scarna e asettica, come se il soggetto fosse persona del tutto sconosciuta a Chiaravalle. Si legge, infatti, che “nella lista di leva del 1864 non vi è veruno iscritto di nome Garieri Giuseppe, […], ma vi è solo un Garieri Giuseppe di Domenico e Chiara Staglianò (genitori del ‘Calenda’), appartenente alla leva del 1863 e posto a capo lista a quella del 1864 quale si dice essere detenuto senza conoscersi il motivo dell’arresto perché querelato in altro mandamento come V. S. I. potrà rilevare in codesta Corte d’Assise e Tribunale Circondariale.”
La presenza di briganti è segnalata, ancora, dal sindaco di Chiaravalle. Il 30 agosto del 1865 egli comunicava ai comandanti della locale Guardia Nazionale “che in Mongiana compare una comitiva di briganti quali comminano il furto di una mula e che avendo presa la rotta della Lacina […] inseguita dalla Guardia Nazionale di Serra […] è necessario che le Signorie Loro formassero gli accampamenti […] sulle montagne di Torre, e si è di tutto ciò dato partecipazione al Colonnello Fontana.”
Analoga comunicazione era stata diretta al colonnello comandante la zona di San Vito cui comunicava il passaggio di quella comitiva; si avanzava la possibilità che “[…] tale comitiva potesse transitare per la foresta di Satriano e bosco di Gagliato, così sarebbe buono che V. S. Ill/ma ordinasse il movimento della Guardia Nazionale Argusto, Gagliato quale se fosse accompagnata da un distaccamento di truppa regolare potrebbesi sperare positivo vantagio.”
      

       

.Tratto da  Claravallis      


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